• 12 Febbraio 2026 13:49

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Processo ai social, Instagram respinge le accuse di dipendenza

Feb 12, 2026

AGI – Adam Mosseri, numero uno di Instagram, è il primo top manager della Silicon Valley a salire sul banco dei testimoni nel processo civile che coinvolge Google e Meta. In aula ha respinto l’idea che i social creino “dipendenza”, preferendo parlare di “uso problematico“, un’espressione utilizzata anche internamente dall’azienda.

“È importante distinguere tra dipendenza clinica e uso problematico”, ha detto rispondendo a una domanda dell’avvocato della querelante, Mark Lanier, nel terzo giorno di udienza. L’interrogatorio, durato un’intera giornata, non ha portato rivelazioni ma ha fatto da prova generale in vista della testimonianza di Mark Zuckerberg, attesa il 18 febbraio. Il processo – in calendario fino al 20 marzo – chiede ai 12 giurati di un tribunale civile di Los Angeles di stabilire se i vertici di Google e Meta, attraverso YouTube e Instagram, abbiano consapevolmente progettato le piattaforme per spingere i minori verso un consumo irrazionale, con effetti negativi sulla salute mentale.

Il caso caso di Kaley G.M.

Il fascicolo ruota attorno al caso di Kaley G.M., californiana oggi ventenne, che ha iniziato a usare YouTube in modo intensivo già a 6 anni, per poi passare a Instagram e successivamente a TikTok e Snapchat. Il suo caso è stato scelto come procedimento “pilota” tra migliaia di cause simili, che accusano i social network di aver contribuito alla diffusione di fenomeni gravi tra i più giovani: depressione, ansia, anoressia e, in alcuni casi, suicidi. In aula Mosseri ha provato a ridimensionare il concetto stesso di dipendenza. “Sono sicuro di aver detto di essere dipendente da una serie Netflix che ho guardato fino a tardi”, ha detto, “ma non credo che sia la stessa cosa di una dipendenza clinica“. Lanier lo ha incalzato facendogli riconoscere di non avere una formazione medica o psicologica per esprimersi su quel terreno. Il giorno precedente l’accusa aveva chiamato a testimoniare la psichiatra Anne Lembke, che ha spiegato alla giuria come i social possano funzionare da “droga” per i giovani, orientandoli verso comportamenti compulsivi. “Non ho mai sostenuto di poter diagnosticare una dipendenza clinica”, ha replicato Mosseri, ammettendo però di aver “usato il termine con troppa disinvoltura” in passato, anche in un podcast del 2020. In aula, alcune madri di adolescenti morti suicidi trattenevano a fatica la rabbia: secondo quanto riportato dai media, diverse di loro hanno passato la notte sotto la pioggia davanti al tribunale per assicurarsi un posto.

Instagram, minori e profitti: il dibattito

Secondo Mosseri, “l’Instagram su cui Kaley si è iscritta”, a 11 anni, “era molto diverso e presentava molti meno rischi“: era “un’app più piccola”, centrata sulle foto e con “molte meno opzioni” rispetto a oggi. Alla guida della piattaforma dal 2018, il manager ha poi incassato le domande sul possibile conflitto tra benessere degli utenti e profitti – da cui dipende gran parte della sua remunerazione – sostenendo che “la protezione dei minori” avrebbe anche un effetto positivo su attività e ricavi. “Con gli adolescenti guadagniamo meno”, ha aggiunto, perché cliccano poco sulle pubblicità. L’avvocato della querelante ha provato, senza successo, a fargli ammettere che l’obiettivo potesse essere fidelizzare gli utenti il prima possibile. Mosseri ha ribadito la stessa linea: “Cerco sempre di ragionare sul lungo periodo“, puntando a “massimizzare i benefici e minimizzare gli svantaggi“. Confrontato con mail interne, ha difeso la decisione di Zuckerberg, nel 2020, di autorizzare su Instagram i filtri “estetici”, nonostante la forte opposizione di altri dirigenti che avevano messo in guardia dai possibili effetti sulle ragazze. Altri manager, al contrario, sostenevano che eliminarli avrebbe significato perdere quote di mercato, mentre cresceva la concorrenza di TikTok. Il cuore del processo non riguarda i rischi legati ai video ospitati dalle piattaforme – terreno su cui, negli Stati Uniti, la responsabilità sui contenuti è molto limitata – ma gli algoritmi e le funzioni di personalizzazione, accusati di spingere verso una fruizione compulsiva. È questo il nodo che ha portato Meta e YouTube in tribunale. Il ceo di YouTube, Neal Mohan, dovrebbe testimoniare il 19 febbraio. TikTok e Snapchat, anche loro citati in giudizio, hanno scelto invece di chiudere con un accordo riservato prima del processo.

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