• 11 Febbraio 2026 9:23

Corriere NET

Succede nel Mondo, accade qui!

Cambio automatico, come funziona: tipologie ed evoluzione nel tempo

Feb 11, 2026

L’evoluzione della trasmissione automobilistica ha segnato il passaggio da una gestione puramente meccanico-idraulica a sistemi meccatronici complessi, capaci di ottimizzare il rendimento termodinamico del propulsore. Non più considerato un semplice elemento di comfort, il cambio automatico moderno è un nodo centrale della rete CAN-bus del veicolo. Questo approfondimento analizza le architetture prevalenti — dal convertitore di coppia ai sistemi a doppia frizione — esaminando i principi di funzionamento, la gestione delle pressioni idrauliche e l’impatto della logica di controllo sulle prestazioni dinamiche e sull’efficienza energetica.

Come funziona il cambio automatico

Il funzionamento del cambio automatico può essere sintetizzato come un ecosistema meccatronico dove la gestione dei fluidi e la cinematica degli ingranaggi lavorano in simbiosi per mantenere il motore nel suo campo di efficienza ottimale. A differenza di quello manuale, dove il conducente decide il rapporto di trasmissione, qui il processo è guidato da una centralina elettronica che interpreta costantemente il carico del motore, la velocità del veicolo e l’angolo di apertura della farfalla.

L’elemento di giunzione tra il propulsore e la trasmissione è solitamente il convertitore di coppia. Questo componente sostituisce la frizione tradizionale utilizzando la dinamica dei fluidi per trasmettere il moto. L’olio viene accelerato da una girante solidale all’albero motore e proiettato contro le palette di una turbina collegata al cambio; lo statore, posizionato al centro, reindirizza il flusso aumentando la coppia in uscita durante le fasi di accelerazione. Una volta raggiunta una velocità di crociera stabile, una frizione interna blocca meccanicamente i componenti per annullare gli slittamenti e migliorare il consumo di carburante.

All’interno della scatola del cambio, la variazione dei rapporti non avviene tramite lo spostamento di ingranaggi su alberi paralleli, ma attraverso l’uso di rotismi epicicloidali. Questi sistemi sono composti da un ingranaggio solare centrale, satelliti montati su un portatreno e una corona esterna. Bloccando o liberando uno di questi elementi tramite pacchi frizione azionati dalla pressione idraulica, il sistema è in grado di variare il rapporto di riduzione o invertire il senso di marcia senza mai disimpegnare fisicamente gli ingranaggi, che restano sempre in presa tra loro.

La regia di questi movimenti è affidata alla centralina di controllo della trasmissione, la quale gestisce un complesso corpo valvolare. Si tratta di un’unità idraulica dove una serie di solenoidi elettrici traduce gli impulsi digitali in pressione fisica. Quando la centralina determina che è necessario un cambio marcia, attiva specifici solenoidi che instradano l’olio in canali dedicati, comprimendo i dischi delle frizioni interne o i freni a nastro. Questo processo richiede una calibrazione millimetrica per coordinare la riduzione temporanea della coppia motore con l’innesto del nuovo rapporto, garantendo una transizione che deve essere impercettibile per gli occupanti ma fulminea per la meccanica.

Il convertitore di coppia nel dettaglio

Il convertitore di coppia agisce come un giunto idrodinamico capace di moltiplicare la coppia motrice nelle fasi di spunto. All’interno della scatola sigillata, la girante (collegata all’albero motore) accelera il fluido ATF (un lubrificante) verso la turbina, collegata all’ingresso del cambio. L’elemento distintivo è lo statore, posizionato tra i due e montato su una ruota libera; esso devia il flusso di ritorno dalla turbina verso la girante, invertendo la direzione del fluido in modo che aiuti la rotazione della pompa anziché contrastarla.

Questo processo genera una moltiplicazione della coppia che può raggiungere rapporti di 2:1 o superiori. Nelle trasmissioni moderne, per ovviare alle perdite per scorrimento viscoso che riducono l’efficienza a regime costante, viene impiegata una frizione di lock-up (ponte elettronico) che solidarizza meccanicamente pompa e turbina, eliminando il trascinamento idraulico e portando il rendimento prossimo al 100%.

Trasmissioni a doppia frizione

L’architettura a doppia frizione, chiamata anche DCT, si basa sulla scomposizione della trasmissione in due sottogruppi indipendenti, solitamente uno dedicato alle marce pari e l’altro alle marce dispari e retromarcia. La caratteristica tecnica fondamentale è la presenza di due alberi primari coassiali, ognuno asservito a una propria frizione (multidisco in bagno d’olio per coppie elevate o a secco per motorizzazioni minori).

Mentre un rapporto è innestato e trasmette coppia, la centralina di comando preseleziona il rapporto successivo sull’albero inattivo tramite sincronizzatori elettroidraulici. Il “cambio marcia” non è un movimento fisico di ingranaggi, ma una transizione di coppia (overlap) tra le due frizioni: una si apre mentre l’altra si chiude simultaneamente. Questo annulla il tempo di interruzione della spinta, stabilizzando l’assetto del veicolo durante le accelerazioni laterali e longitudinali.

Il cambio CVT

A differenza dei rapporti discreti, il sistema CVT sfrutta il principio della variazione continua del raggio di avvolgimento di una cinghia metallica ad alta resistenza o di una catena. Le due pulegge (primaria e secondaria) sono composte da semipulegge coniche mobili che, avvicinandosi o allontanandosi tramite pressione idraulica, costringono la cinghia a salire o scendere lungo i coni.

La variazione del rapporto di trasmissione è infinitesimale e permette al motore a combustione di operare costantemente lungo la propria linea di massimo rendimento o di massima potenza, a seconda del carico richiesto. Il limite tecnico principale risiede nella gestione degli attriti tangenziali e nella pressione di serraggio necessaria a evitare lo slittamento della cinghia, che richiede pompe dell’olio ad alta pressione capaci di assorbire una parte della potenza meccanica.

Le logiche di controllo

Il corpo valvolare rappresenta l’interfaccia tra il comando elettronico e l’attuazione meccanica. Si tratta di un labirinto di canali scavati nel duralluminio dove il fluido viene instradato verso i diversi attuatori. I solenoidi a modulazione di larghezza di impulso (PWM) controllano con precisione millimetrica la pressione di linea e la pressione di innesto. La precisione è critica: una pressione troppo bassa causerebbe lo slittamento delle frizioni (surriscaldamento), mentre una troppo alta genererebbe strappi meccanici. La gestione meccatronica integra sensori di pressione e di temperatura per compensare la variazione di viscosità dell’olio, garantendo che i tempi di riempimento dei pistoni idraulici rimangano costanti indipendentemente dalle condizioni ambientali.

Il controllo della trasmissione non avviene più in isolamento, ma tramite protocollo CAN-bus in simbiosi con la centralina del motore. Durante ogni cambiata, la TCU richiede alla ECU una temporanea riduzione della coppia (spark cut o ritardo d’accensione) per proteggere i componenti meccanici e rendere l’innesto fluido. Gli algoritmi di controllo moderni sono di tipo adattivo e predittivo: analizzano parametri quali la velocità angolare delle ruote, l’inclinazione del veicolo (tramite accelerometri) e la velocità di azionamento dell’acceleratore. Se il sistema rileva una frenata brusca in curva, ad esempio, la logica inibisce il passaggio al rapporto superiore (upshift) per mantenere il freno motore e la stabilità dinamica, implementando strategie di fuzzy logic per interpretare le intenzioni del conducente.

Quali proprietà deve avere il fluido lubrificante del cambio automatico

Il fluido ATF (automatic transmission fluid) è probabilmente il componente chimico-meccanico più complesso del sistema. Deve assolvere a quattro funzioni simultanee: trasmissione di energia nel convertitore, lubrificazione degli ingranaggi, raffreddamento dei componenti e gestione del coefficiente d’attrito nei pacchi frizione. Le specifiche tecniche richiedono un elevato indice di viscosità per garantire stabilità tra -40°C e oltre 150°C. L’ossidazione termica è il principale nemico: un aumento della temperatura operativa di soli 10 °C oltre i limiti nominali può dimezzare la vita utile del fluido. Per questo motivo, i sistemi moderni utilizzano scambiatori di calore olio-acqua integrati nel circuito di raffreddamento principale del motore, spesso dotati di valvole termostatiche dedicate per accelerare il raggiungimento della temperatura d’esercizio ottimale.

In conclusione, il cambio automatico moderno si è trasformato nel fulcro della dinamica del veicolo. La sua capacità di integrare hardware idraulico e software di gestione permette di risolvere l’ancestrale compromesso tra prestazioni pure ed efficienza energetica. Mentre le architetture a doppia frizione continuano a dominare il segmento delle alte prestazioni grazie alla loro rapidità di esecuzione, i sistemi a convertitore di coppia si sono evoluti fino a raggiungere livelli di fluidità e reattività tali da renderli lo standard di riferimento per il mercato premium.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Guarda la Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close