L’incontro tra Mattarella e Matteo Salvini avvenuto ieri 4 febbraio non ha dato i frutti che il Ministro delle Infrastrutture sperava. Dal Colle è arrivato un’esito negativo alle richieste di governance straordinaria avanzate dal vicepremier, con due punti chiave bocciati senza appello: niente super-commissario di governo e nessuna limitazione ai poteri di controllo della Corte dei Conti. Un segnale che ridisegna ancora una volta il percorso di un’opera simbolo, da sempre sospesa tra ambizioni politiche, vincoli istituzionali e complessità tecniche.
Niente super-commissario
Nelle interlocuzioni dei giorni precedenti con il Quirinale erano emerse perplessità significative sull’impianto originario del decreto, in particolare sull’articolo 1, considerato il cuore normativo dell’intera operazione. Il testo iniziale spingeva verso una gestione eccezionale dell’opera: norme cucite su misura per il Ponte, un commissario straordinario individuato nell’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, e un ridimensionamento esplicito del ruolo della Corte dei Conti.
Proprio questo approccio ha acceso le riserve del Colle. Secondo il Presidente Mattarella, l’accento eccessivo sulla “straordinarietà” rischiava di creare un precedente istituzionale delicato, oltre a comprimere strumenti di garanzia ritenuti imprescindibili. In particolare, l’idea di un commissario esterno al perimetro ministeriale e l’attenuazione della responsabilità contabile sono state giudicate passaggi rivedibili, se non incompatibili con l’assetto costituzionale dei controlli.
Oggi il decreto infrastrutture al Consiglio dei Ministri
La conseguenza immediata di questo confronto istituzionale è il nuovo testo del decreto infrastrutture che questo pomeriggio approda sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Un testo profondamente rivisto rispetto alle prime bozze circolate nei giorni scorsi, con l’obiettivo dichiarato di evitare nuovi attriti tra governo e Presidenza della Repubblica.
La figura del super-commissario viene eliminata del tutto, mentre la regia dell’operazione torna saldamente nelle mani del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. L’architettura complessiva del provvedimento viene normalizzata, abbandonando l’approccio emergenziale a favore di una gestione più tradizionale, seppur complessa.
L’articolo 1, che nelle versioni preliminari appariva incompleto o addirittura lasciato in bianco, ora assegna direttamente al ministero di Porta Pia una serie di adempimenti chiave: l’aggiornamento del piano economico-finanziario, l’acquisizione dei nuovi pareri tecnici richiesti dalla magistratura contabile, la gestione della procedura ambientale europea e la predisposizione della nuova delibera Cipess, passaggio indispensabile per tentare di rimettere in moto il progetto.
Controllo libero alla Corte dei Conti
Uno dei punti più sensibili dell’intera vicenda riguarda il ruolo della Corte dei Conti, ostico per il Ministro Salvini. Nel nuovo impianto normativo spariscono tutte le formulazioni che avrebbero delimitato in modo esplicito il perimetro dei controlli o introdotto forme di scudo erariale sulla responsabilità contabile. La magistratura contabile conserva quindi pieni poteri di vigilanza, senza deroghe o corsie preferenziali.
Resta invece la figura del commissario per le opere ferroviarie complementari, individuata nell’amministratore delegato di RFI Aldo Isi, una scelta che conferma la volontà di separare il destino del Ponte dalle infrastrutture di contorno, considerate strategiche ma meno controverse sul piano istituzionale.
Un progetto che resta politicamente fragile
Lo stop imposto dal Quirinale non chiude la partita del Ponte sullo Stretto, ma ne evidenzia ancora una volta la fragilità politica e istituzionale. L’opera continua a dividere non solo l’opinione pubblica, ma anche gli equilibri tra poteri dello Stato. Salvini incassa un rallentamento significativo, mentre il governo è ora chiamato a dimostrare di poter portare avanti il progetto senza forzature e senza derogare ai meccanismi di controllo.