Pensava di fare un affare: era solo una truffa. Dopo sette anni di attesa, un uomo è stato finalmente risarcito con 13.000 euro, 500 in meno di quanto versò al malvivente per un’auto mai esistita nel 2018. Mascherata da una finta normalità, l’operazione prevedeva il versamento di tre quote in contanti, un impegno puntualmente rispettato dall’acquirente, che quando chiedeva spiegazioni sulla mancata consegna incontrava però ogni volta un muro di scuse, rinvii e promesse. Suo malgrado, si era fidato della persona sbagliata, capace di mettere in piedi una architettura di menzogne ora emersa alle cronache.
La sentenza in tribunale
Nel corso di tutti questi anni il compratore ha provato a far valere i propri diritti. Sperava di risolvere la situazione evitando la trafila legale, ma era l’unica via percorribile e nell’aula del tribunale di Saint-Étienne, in Francia, è finalmente venuta a galla la realtà nuda e cruda, priva di quel fascino tipico dei film e dei romanzi polizieschi: l’imputato ha ammesso di aver dilapidato il denaro tra alcol e gioco d’azzardo.
Altro che complessa organizzazione criminale: nell’ombra agiva un unico individuo con il bisogno compulsivo di alimentare un vizio a spese di un cittadino onesto. Nonostante i tentativi di risarcimento parziale, riporta Le Progrès, la sua posizione è crollata sotto il peso di una fedina penale con 17 precedenti, molti dei quali specifici per frode. Alla fine è arrivata la condanna a un anno, ma con un vincolo preciso: per avere la sospensione della pena, il truffatore deve risarcire il danno. Se l’artefice del raggiro ha già sperperato il denaro, la vittoria legale rischia, infatti, di essere poco più che simbolica.
Purtroppo, certe disavventure sono fin troppo frequenti. Rispetto all’epoca dei fatti il crimine si è fatto più subdolo: la nuova frontiera del raggiro corre sui binari del mercato dei pezzi di ricambio online. Ed è per questo che vi raccomandiamo di non lasciarvi tentare da offerte troppo vantaggiose.
Come difendersi nel 2026
Foto convincenti, descrizioni tecniche impeccabili e prezzi inferiori alla media inducono sempre più automobilisti a prendere in considerazione siti di annunci o portali poco regolamentati, salvo poi sprofondare nei sensi di colpa una volta subita la fregatura. Condizioni estremamente vantaggiose possono nascondere un secondo fine, e abboccato all’amo iniziano i guai: il venditore sparisce, il sito viene rimosso e l’acquirente resta con la vettura ferma in officina e il conto svuotato.
La tecnologia corre, e con lei l’inventiva degli immancabili approfittatori. Che si tratti di un’auto completa o di un semplice fanale, le regole d’oro restano la protezione del pagamento e la verifica dell’interlocutore. Evitare i contanti per transazioni importanti, pretendere tracciabilità e, soprattutto, non fidarsi della “urgenza” del venditore sono i primi passi per non finire in tribunale sette anni dopo a chiedere indietro i propri risparmi.
La sentenza mette un punto a una vicenda assurda, ma non cancella sette anni di rabbia. Avere l’ultima parola in aula è una soddisfazione a metà quando scopri che i tuoi averi sono finiti in giocate d’azzardo e alcol, lasciandoti con un pugno di mosche e una pratica infinita.