• 19 Gennaio 2026 17:10

Corriere NET

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Impazza una nuova truffa ,”le hanno clonato la targa”: anziani nel mirino

Gen 19, 2026

C’è sempre un “buongiorno” che non promette nulla di buono. E questo, pronunciato con voce ferma, quasi rassicurante, ha il timbro dell’autorità: “Buongiorno, siamo i Carabinieri: la targa della sua auto è stata clonata da una banda di rapinatori”. Non è l’incipit di un noir ambientato nei vicoli di Napoli, ma l’apertura studiata al millimetro di una nuova truffa agli anziani, raffinata, moderna e crudele. Un copione che parte dal Sud, ma viaggia veloce come un Frecciarossa lungo la Penisola, cambiando accento a ogni fermata.

Non si parla più di un figlio coinvolto in un incidente, e nemmeno di un nipote in stato di fermo. Quella è roba vecchia, ormai superata. Qui siamo a un livello superiore: l’organizzazione – stando a quanto emerso – è composta da veri professionisti dell’inganno, capaci di entrare in sintonia con le vittime, di modularne le paure, di parlare il loro stesso dialetto. Come se avessero frequentato una scuola di recitazione, o peggio, un corso accelerato su come smontare la fiducia degli anziani pezzo dopo pezzo.

Il modus operandi

La storia che emerge dalle carte dell’indagine sembra scritta da uno sceneggiatore senza scrupoli. La telefonata arriva in casa. Dall’altra parte della linea c’è un finto appartenente alle forze dell’ordine che spiega, con calma burocratica, che un’auto con la stessa targa di quella della vittima è stata utilizzata per una rapina in gioielleria. Un colpo grosso. Gioielli, oro e preziosi. Serve dimostrare di non c’entrare nulla.

Nel caso della 78enne padovana, invalida al cento per cento e costretta su una carrozzina, il marito viene indotto a uscire di casa: deve andare in un ufficio di polizia per chiarire la sua posizione. Intanto la donna resta al telefono, come tenuta per mano a distanza. Le viene chiesto di fotografare i gioielli presenti in casa e di inviare le immagini. È una perizia preventiva, spiegano. Una valutazione e una formalità.

A quel punto entra in scena il secondo attore. Si presenta di persona, educato, con moduli e modelli da compilare. Sembra tutto vero, tutto regolare. L’uomo parla la lingua giusta, usa le parole che meglio si plasmano alla situazione. Nel frattempo, registra e annota tutto, mentre rassicura la vittima. Poi, chiede un documento, una scusa qualunque. La fa allontanare dalla stanza. Bastano pochi secondi. Quando la vittima torna, l’uomo è sparito. Con lui, i gioielli.

Non è tutto

Ma la truffa non finisce qui. Perché c’è ancora la voce al telefono, il complice, che invita a non preoccuparsi. Spiega l’assenza del collega, inventa una giustificazione e suggerisce di recarsi in caserma o in commissariato per completare i verbali. Ne indica uno a caso, purché lontano da casa. È l’ultimo atto: quando la vittima è ormai in auto, nei pressi della destinazione, la linea cade. Fine dello spettacolo. I truffatori svaniscono. Sipario.

Questa volta, però, qualcosa si inceppa. La 78enne si insospettisce e chiama il 113, descrivendo quella persona. La macchina investigativa si mette in moto e alla stazione centrale di Milano viene fermata una 22enne di origini campane, accusata di aver preso parte alla truffa. È l’unica, per ora. I gioielli non ci sono più. Volatilizzati come la fiducia rubata a chi aveva già poco da difendere. Resta l’amarezza e un incubo plasmato sotto una nuova e sgradevole forma.

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