• 16 Gennaio 2026 9:23

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Alcuni cani ci capiscono molto più di quanto crediamo

Gen 16, 2026

Per lungo tempo, quando si parlava di cani e parole, la discussione è rimasta confinata in uno spazio ben delimitato: alcuni soggetti eccezionali sembrano capaci di associare un numero straordinario di suoni a oggetti ed azioni richieste, mostrando un repertorio che, in casi rari, raggiunge centinaia di etichette diverse. Era già un risultato notevole, ma il quadro restava quello di un apprendimento fondato sull’interazione diretta: l’umano pronuncia la parola, l’oggetto è presente o il comportamento eseguito e premiato, la ripetizione consolida il legame.

Un nuovo studio appena pubblicato su Science amplia questo scenario su un piano diverso, più esigente dal punto di vista cognitivo. Al centro non c’è più soltanto la quantità di parole che un cane può riconoscere, ma la gamma di situazioni sociali e comunicative da cui quell’apprendimento può scaturire.

La dimensione nuova che emerge riguarda il modo in cui l’informazione linguistica viene acquisita. Negli umani, ed in particolare nei bambini, l’associazione tra parola e oggetto non nasce solo in un’interazione frontale tra chi pronuncia la parola e chi la apprende, ma può formarsi anche attraverso l’osservazione di scambi comunicativi tra soggetti diversi rispetto a chi apprende.

Similmente, nello studio che qui discutiamo, il cane non è più il destinatario esplicito del messaggio, ma lo spettatore di una scena sociale in cui la parola circola tra altri. Questo passaggio cambia la natura del problema: non si tratta soltanto di collegare un suono a uno stimolo visivo, ma di estrarre informazione rilevante da una situazione comunicativa che non è costruita su misura per chi apprende.

Il primo elemento decisivo è l’apprendimento per overhearing, l’ascolto “laterale”. Nei protocolli classici, l’umano si rivolge direttamente al cane, segnala con lo sguardo e con il tono che un certo oggetto ha un certo nome. Qui, nella condizione sperimentale centrale, il cane assiste invece a un dialogo tra due persone della famiglia. Il caregiver parla all’altro umano, usa frasi di etichettamento, manipola l’oggetto, alterna lo sguardo tra l’oggetto e il partner, mostra coinvolgimento emotivo, mentre il cane resta ai margini della scena. I cosiddetti “gifted word learner dogs”, cani dotati che già possiedono un ampio vocabolario di etichette di oggetti, riescono ad apprendere comunque le nuove associazioni. Quando, al momento del test, viene pronunciata una delle parole apprese “di seconda mano”, il cane sceglie l’oggetto corretto con una frequenza superiore al caso, e con una prestazione comparabile a quella osservata quando l’etichettamento è stato diretto a lui. Qui si apre una prospettiva nuova: l’informazione linguistica viene colta da una scena comunicativa che non è indirizzata all’animale, e tuttavia viene integrata in modo funzionale nel suo comportamento.

Un secondo aspetto, meno appariscente ma metodologicamente decisivo, riguarda il modo in cui gli autori costruiscono il disegno sperimentale per evitare una scorciatoia interpretativa frequente. In molti studi sull’apprendimento di parole, resta sempre il dubbio che l’animale scelga l’oggetto “nuovo” semplicemente perché è nuovo, applicando una strategia di esclusione più che una vera mappatura parola-oggetto. Per superare questa ambiguità, il protocollo introduce due nuove coppie parola-oggetto e struttura il test in modo che il cane debba scegliere tra due oggetti entrambi nuovi quando sente una delle nuove etichette. In questa situazione, la preferenza per la novità non è sufficiente. Occorre distinguere quel nuovo oggetto dall’altro nuovo oggetto. Il fatto che i “cani dotati” riescano a farlo già nei primissimi tentativi indica che la mappatura è stata acquisita durante la fase di esposizione, attraverso l’osservazione della scena sociale, e non costruita sul momento.

Il terzo passaggio spinge ancora più avanti l’analisi delle competenze coinvolte ed è quello che introduce la discontinuità temporale tra parola e oggetto. In una delle condizioni sperimentali, l’oggetto viene mostrato al cane e poi nascosto in un contenitore; solo dopo, quando l’oggetto non è più visibile, il proprietario pronuncia l’etichetta, mantenendo però segnali comunicativi coerenti con la scena, come l’orientamento dello sguardo verso il contenitore. Il cane deve quindi collegare una parola a qualcosa che, nel momento in cui la parola viene detta, non è presente nel suo campo percettivo. Gli autori controllano anche possibili indizi olfattivi, per escludere spiegazioni alternative. Nonostante questa separazione, i “cani dotati” apprendono ancora, e la mappatura resta stabile anche a distanza di due settimane. Questo risultato ha un peso particolare perché mostra che l’apprendimento non dipende rigidamente dalla contiguità immediata tra parola e oggetto, ma può basarsi su una rappresentazione più astratta della scena comunicativa: in quel contesto si sta parlando di quell’oggetto reso saliente poco prima, anche se ora non è più visibile.

Un chiarimento essenziale, che l’articolo esplicita con grande onestà, riguarda l’estensione di questi risultati. Non si tratta di una capacità media della specie. I protocolli funzionano in modo robusto solo in un gruppo ristretto di soggetti con competenze linguistiche già straordinarie. Quando lo stesso paradigma sperimentale viene applicato a cani “tipici”, le prestazioni apparenti si spiegano soprattutto con la preferenza per la novità e perdono significato quando il compito richiede una vera discriminazione tra più oggetti nuovi. La portata del risultato va quindi letta nel modo corretto: non come una generalizzazione sul cane in quanto tale, ma come una finestra su ciò che è possibile quando certe competenze cognitive sono già presenti e possono essere messe alla prova in contesti più complessi.

In questa prospettiva, il risultato più rilevante non riguarda soltanto i cani, ma il quadro più generale delle capacità cognitive distribuite tra le specie. La possibilità di apprendere etichette osservando interazioni linguistiche tra altri, di mantenerne il riferimento anche in assenza percettiva dell’oggetto e di conservarlo nel tempo era stata finora attribuita quasi esclusivamente ai primati, in particolare all’uomo e, in forma parziale, ad alcune scimmie antropomorfe. Trovarne una manifestazione funzionale in una specie filogeneticamente lontana come il cane ridefinisce i confini di ciò che consideriamo “competenza comunicativa complessa” e la sua evoluzione.

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