• 13 Gennaio 2026 8:59

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Quando si piega il linguaggio della sanità a una logica di schieramento. Il caso del Veneto

Gen 13, 2026

L’incredibile mozione che richiede l’istituzione di laboratori dedicati al riconoscimento del danno da vaccino, presentata in Consiglio regionale del Veneto da Riccardo Szumski e Davide Lovat, merita qualche commento.  Innanzitutto, notiamo che si introduce una categoria che non regge: le “persone che lamentano effetti avversi post-vaccinazione” vengono trattate come un insieme clinicamente omogeneo, mentre in realtà vi confluiscono individui con situazioni molto diverse tra loro, che vanno dalla semplice segnalazione soggettiva a quadri patologici accertati fino a coincidenze temporali prive di un legame causale dimostrabile. In sanità pubblica la distinzione tra questi livelli determina l’equità delle decisioni e l’uso corretto delle risorse, e la confusione non è consentita: una trombosi potenzialmente collegata ad un vaccino va comunque trattata come trombosi, e così un’anafilassi o gli altri rari eventi avversi dimostrati, senza che il legame presunto con la vaccinazione (da dimostrare eventualmente dopo) debba portare a trattamenti differenti e casi speciali, e senza che il riferire effetti inventati di sana pianta – i famosi turbotumori, per esempio – necessiti di altro rispetto all’ascolto negli ambiti usuali ed eventualmente alla psicoterapia.

 

Poi, gli eventi avversi rientrano da tempo nei sistemi di sorveglianza sanitaria, e proprio per questo il modo in cui la mozione utilizza quei dati, costruendo una rappresentazione che attribuisce a fenomeni circoscritti un peso sproporzionato, è semplicemente ridondante. L’idea di una presunta emergenza strutturale che dovrebbe giustificare l’istituzione di ambulatori dedicati, con un passaggio che sposta il baricentro dalla valutazione clinica caso per caso a una costruzione politica del problema, è priva di un fondamento epidemiologico. Quando il testo parla di “assenza di percorsi pubblici strutturati” per la gestione degli eventi avversi, propone un quadro che non corrisponde alla realtà operativa del sistema sanitario. Sono già presenti strumenti di segnalazione, riferimenti specialistici e modalità consolidate per la gestione delle complicanze documentate, mentre la richiesta avanzata mira a creare un circuito separato nel quale la percezione soggettiva del danno assume uno statuto privilegiato, sottratto ai criteri di verifica che valgono per tutti gli altri pazienti. In questo modo si introduce una distorsione che premia l’intensità della rivendicazione invece della solidità delle evidenze.

 

La proposta di “censimento, diagnosi e verifica” rafforza questa ambiguità. Il testo non chiarisce quali criteri alternativi a quelli attuali debbano guidare la validazione clinica dei casi, non definisce gli standard per la valutazione del nesso causale, non spiega in che modo i dati raccolti dovrebbero contribuire a una reale produzione di conoscenza utile alle politiche sanitarie più di quanto già disponibile. In queste condizioni, il censimento rischia di trasformarsi in un archivio di segnalazioni prive di un impianto metodologico solido, incapace di svolgere una funzione epidemiologica credibile. D’altra parte, il profilo politico del principale proponente aiuta a comprendere il senso complessivo dell’iniziativa. Szumski è un medico radiato per posizioni contrarie alla scienza sui vaccini e ha costruito la propria legittimazione elettorale anche su un bacino che in quelle posizioni si riconosce. In questo contesto, la mozione assume il valore di un messaggio identitario rivolto a un pubblico preciso, più che quello di una risposta a un problema sanitario definito nei suoi contorni scientifici. Il linguaggio della sanità viene così utilizzato come veicolo di consolidamento politico, non certo come strumento utile alla salute del cittadino.

 

Questa chiave di lettura consente di interpretare anche ciò che è accaduto dopo la presentazione della mozione. Le critiche pubbliche della senatrice Daniela Sbrollini, che ha correttamente richiamato la scienza disponibile in tema, hanno fatto emergere una mobilitazione aggressiva di ambienti no-vax che sostengono politicamente Szumski, con una serie di attacchi personali che hanno superato la soglia del confronto politico per entrare nel terreno dell’intimidazione. Insulti e messaggi d’odio hanno colpito la senatrice e hanno coinvolto anche suo figlio, in una dinamica documentata che non può essere liquidata come una deviazione marginale di singoli individui, perché si colloca in un clima costruito nel tempo attraverso una retorica che trasforma il dissenso in ostilità e perché tale mobilitazione è stata palesemente incitata.

 

E quindi, ecco il meccanismo elementare: una mozione pensata per parlare a un elettorato fortemente identitario, che si percepisce come sistematicamente ignorato dalle istituzioni sanitarie e dalla scienza ufficiale, crea le condizioni per una reazione aggressiva quando quella narrazione viene contestata. Il tutto segue una traiettoria prevedibile in una strategia fondata sulla contrapposizione permanente. Nel caso della senatrice Sbrollini, tuttavia, questa dinamica ha assunto un rilievo particolare perché ha coinvolto la dimensione privata e familiare, segnando un confine che in una democrazia dovrebbe restare invalicabile. Quando un figlio diventa bersaglio di attacchi per una presa di posizione politica della madre, il confronto smette di essere tale e si trasforma in una pratica di intimidazione che restringe lo spazio del dibattito pubblico e produce un effetto di deterrenza sulla libertà di critica.

 

Vediamo così all’opera la stessa strategia più ampia che abbiamo osservato in USA, nella quale il lessico della sanità pubblica viene utilizzato per alimentare una mobilitazione politica che costruisce appartenenze contrapposte e identifica nemici riconoscibili: le istituzioni scientifiche, i decisori sanitari, i rappresentanti politici che non si allineano. La critica viene sottratta al piano del merito e rielaborata come attacco identitario, con il risultato di legittimare una risposta collettiva fondata sull’aggressione personale. A questo punto il problema non riguarda soltanto l’organizzazione dei servizi sanitari. Riguarda il modo in cui si fa politica utilizzando temi che toccano direttamente la salute e la sofferenza delle persone, il modo in cui si mobilitano emozioni e risentimenti per costruire consenso, il modo in cui si accetta che quella mobilitazione si traduca in pressione personale contro chi dissente. La mozione sugli ambulatori per i presunti danni da vaccino non resta confinata nel perimetro di una proposta discutibile: diventa l’anello di una catena che lega la costruzione simbolica del consenso alla pratica dell’intimidazione.

 

È su questo terreno che va giudicata. Si piega il linguaggio della sanità a una logica di schieramento, con l’effetto di indebolire la credibilità delle istituzioni scientifiche e la qualità civile del dibattito pubblico, per poi scagliare la propria tribù elettorale contro il singolo avversario.

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