All’ultima curva, il percorso della conferenza di Berlino sulla Libia sembra nuovamente ingarbugliarsi, con l’esito che appare destinato a rimanere incerto fino alla fine. A far virare all’improvviso la strada verso una salita, alla vigilia, sono state soprattutto le voci che si sono rincorse fino all’ultimo circa una possibile defezione del premier di Tripoli Fayez al-Sarraj.

Eventualità smentita dal governo tedesco, che crede alla riuscita dell’appuntamento e secondo cui entrambi capi delle fazioni libiche – Sarraj e il generale Khalifa Haftar – sono arrivati nella capitale tedesca. Anche se nemmeno dall’esecutivo di Angela Merkel si spingono ad assicurare che i due siedereanno insieme al tavolo delle trattative.

A creare tensione è stata poi la chiusura dei terminal petroliferi del golfo della Sirte, arrivata dietro ordine di Haftar. Una mossa tesa a prosciugare le finanze dei rivali di Tripoli bloccando le esportazioni ma probabilmente, vista la tempistica, mirata anche a fare sentire tutto il peso dell’uomo forte di Bengasi sulle trattative in corso nella capitale tedesca.

L’iniziativa, ha ammonito la missione Onu in Libia, rischia di avere “conseguenze devastanti” soprattutto per il popolo libico. Sul terreno, poi, c’è stata anche una nuova violazione del cessate il fuoco denunciata dalle forze di Sarraj, secondo cui l’aviazione Haftar ha bombardato, senza fare vittime, un’obiettivo vicino a Misurata.

Intanto, mentre proseguono i contatti tra le cancellerie per limare gli ultimi dettagli – c’è stata anche una telefonata tra Merkel e il premier Giuseppe Conte – il documento su cui nella capitale tedesca lavoreranno fino all’ultimo minuto gli sherpa delle cancellerie traccia per il paese nordafricano un percorso che mira alto: si va da un immediato cessate il fuoco all’insediamento, dopo regolari elezioni, di un nuovo governo libico unitario, passando per il disarmo delle milizie, la formazione di un esercito unico, la cessazione delle ingerenze straniere nel Paese e l’embargo sulle armi. Da fare rispettare anche con sanzioni a livello del Consiglio di sicurezza dell’Onu per chi non dovesse adeguarsi.

Con ogni probabilità è proprio il riferimento al nuovo esecutivo che dovrebbe nascere in Libia ad avere creato problemi con Sarraj. L’uomo di Tripoli, esponente dell’unico governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, in questa road-map delineata a Berlino dovrebbe farsi da parte per lasciare spazio ad altri. Tra i nomi che circolano come possibili papabili per prendere il suo posto, anche se lo scenario appare ancora molto fluido, ci sarebbe quello di uno dei suoi uomini, il suo ministro degli Interni Fathi Bashagha. La preoccupazione di Sarraj pare riflettersi anche nelle parole del suo maggiore sponsor politico e militare, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Alla vigilia della conferenza, il sultano di Ankara ha ammonito la comunità internazionale che se il “governo legittimo” di Tripoli dovesse cadere c’è il rischio di “creare terreno fertile per il terrorismo”.

La bozza delle conclusioni punta peraltro a ridimensionare anche il ruolo giocato finora dalla Turchia, quando nel testo si chiede l’immediata “cessazione di tutti i movimenti militari a sostegno delle parti in conflitto”. Comprese dunque le truppe inviate da Ankara a sostegno di Sarraj. Nel percorso ambizioso delineato nelle conclusioni della conferenza di Berlino, alla fine il punto di caduta immediato che potrebbe emergere, facendo segnare un primo risultato dell’iniziativa, è forse quello indicato dal ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, che continua ad auspicare “un accordo sul cessate il fuoco” e che “non si inviano più armi in Libia”.