Un anno con LLoydè il terzo libro di Simone Tempia, nonché il terzo nella fortunata serie inizata nel 2016 con Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un maggiordomo immaginario. Pubblicato da Rizzoli Lizard, conta 256 pagine ma, per dirla con la descrizione ufficiale sul sito dell’editore, si compone di “365 lampi di genio e dolcezza (366, contando il 29 febbraio) per riconciliarsi con il mondo ogni volta che ci sentiamo fuori posto”.

Una descrizione che, lo ammetto, non solleticava le mie corde; anzi, se possibile, susciterebbe in me qualche mal riposto pregiudizio. Fortunatamente per me, per Tempia e per Rizzoli, il sottoscritto non gioca alcun ruolo nel decidere come gestire il marketing di un libro. Se siete anche voi tipi da mal riposti pregiudizi, vi invito a sospenderli almeno fino alla fine di questo articolo.

La prima cosa che salta agli quando si apre Un anno con Llloyd è che si tratta di un libro difficile da collocare. Non è narrativa, non è un saggio, non è un antologia di poesie né una raccolta di aforismi (di quelle che, oh gioia, ancora piacciono a qualcuno).

“Lloyd, per le vacanze…”

“Avrei prenotato sulla cima della montagna di responsabilità, sir”

“Non mi sembra un gran posto. Perché mai dovrei passarci sopra l’inverno?”

“Per non passarci sotto il resto dell’anno, sir”

“Sarà un periodo di faticose salite, Lloyd”

“O di spettacolari scalate, sir.”

Un anno con Lloyd è una sequenza di brevissime conversazioni tra il padrone di casa e il suo maggiordomo Lloyd, come lascia bene intendere il sottotitolo 365 giorni in compagnia di un maggiordomo immaginario. Un commento che fa capire subito, a chi lo sa vedere, il gioco metaletterario di un autore che crea due personaggi fittizi, ma sottolinea che solo uno di essi lo è – almeno nell’economia del testo. Possiamo forse dedurre che Lloyd esiste solo nella fantasia, sicuramente nel cuore, del suo datore di lavoro.


Conversazioni brevissime, dicevamo, scambi essenziali tra gli unici due personaggi che seguono tutte variazioni di uno stesso schema: Lloyd è un saggio consigliere che con parole magiche (è davvero il caso di dirlo), che ogni giorno riesce a rivelare qualcosa di piccolo e prezioso al padrone di casa. Una specie di maestro zen, privo di motociletta e arco ma dotato di una massiccia dose di senso pratico.

Letture consigliate:

La maggior parte degli scambi avviene all’interno dell’abitazione, dotata di stanze magnifiche dove riporre gli impegni e le scadenze, anfratti per ospitare l’invidia, armadi per conservare abiti fatti di soddisfazioni, scadenze e impegni. Tutte cose che avranno il loro turno per essere al centro della conversazione. Qualche volta, invece, i due si trovano altrove, hanno qualcosa da osservare e altre parole da dirsi.

“Lloyd, per favore: mi ricordi perché ieri abbiamo disertato la serata a cui sono andati tutti?”

“Perché servivano cattivo gusto in varie salse, sir”

“E come mai oggi tutti si lamentano?”

“Perché ieri hanno servito cattivo gusto in varie salse, sir”

“Questo cosa ci insegna, Lloyd?”

“Che si può vincere anche senza partecipare, sir”

“Molto bene, Lloyd. Molto bene.”

Il lettore si sente un compagno di viaggio di questo dinamico duo, di questi supereroi da salotto. Già, perché Lloyd sta al suo interlocutore come Alfred sta a Bruce Wayne; è la voce saggia che distribuisce consigli a colazione, pranzo e cena. La luce che illumina a giorni i momenti più bui; la brezza serale che ti aiuta ad affrontare l’estate; il focolare accogliente che ti fa superare l’inverno.

No, Lloyd è molto di più: in effetti, questo libro potrebbe intitolarsi Lo Zen e l’arte di essere un maggiordomo, o qualcosa del genere. E starebbe benissimo accanto a Lo Zen e l’arte di riparare la motocicletta o Lo Zen e il tiro con l’arco. Sì, perché quelle scritte da Simone Tempia sono brevi pillole zen, incorniciate da strutture leggere e costruite con maestria. E che contengono molta, moltissima bellezza.

Ciò che però rende questo libro speciale è lo stile di Tempia, il modo magistrale in cui gioca con le parole. È solo leggendo uno scrittore come questo che si capisce quanto altri valgano poco in quella che è l’abilità più importante dello scrittore, cioè giostrare e fare giochi di prestigio con la lingua scritta.

Tempia ha un un tocco magico e delicato. Prende una parola, la soppesa, ne estrae gli oli essenziali e riesce a usarli tutti in sei o sette righe al massimo – senza mai però creare una cacofonia di aromi. In tre battute e un saltello ti fa fare il giro del mondo dalla A alla Z, in un due per tre ti rigira la frittata, la fa tornare uovo e poi ti dice quel che conta sulla famosa questione con la gallina e chi è arrivato prima. Ogni data, in altre parole, è uno scrigno che contiene un brillante gioco linguistico e anche una pillola zen. Non c’è una gemma preziosa per ogni giorno, anzi ogni tanto potrebbe sembrare di essere incappati in una formaziona calcarea, ma dopotutto sono così anche i giorni che viviamo un anno dopo l’altro.

Lloyd, rinfrescami la memoria. Cosa teniamo in quel forziere?”

“Le decisioni prese e le occasioni perdute, sir”

“Non sarebbe il caso di dividerle, Lloyd?”

“Temo sia impossibile, sir. Sono la testa e la croce di ogni scelta”

“Insomma, sono come le monete, Lloyd…”

“Ed è per questo che se ne può fare tesoro, sir”

“Sei sempre estremamente prezioso, Lloyd”

“Grazie mille, sir.”

Va detto, a onor del vero, che Un anno con Lloyd è un elisir da dosare con cautela, per prevenire il rischio di un sovradosaggio. Troppi buoni sentimenti, troppe soluzioni positive, troppe frasi di incoraggiamento finirebbero per nauseare chiunque, se assunti tutti insieme. Già, ma Lloyd si limita a una pillola al giorno, che sembrerebbe il giusto dosaggio; forse ci si può spingere un po’ oltre, ma se cercate di affrontare questo libro in poco tempo, diciamo quei due o tre giorni di cui dispone un recensore volenteroso, potreste rischiare l’overdose. Meglio andarci piano, tenere questo libro sul comodino e metterci mano di tanto in tanto: sono sicuro che almeno qualche volta vi risolleverà il morale.

Perché alla fine, forse, la descrizione scelta dal copywriter di Rizzoli è proprio azzeccata.