@realDonaldTrump è l’account Twitter del Presidente degli Stati Uniti d’America e come tale non può essere usato per zittire le opinioni dei cittadini, poiché si concretizzerebbe una violazione del Primo Emendamento. Nel Far West dei social network ieri ha echeggiato il tuono della sentenza della Giudice Federale di Manhattan Naomi Reice Buchwald, che da mesi si stava occupando di una denuncia depositata da sette utenti Twitter bannati dal presidente e dal direttore social media della Casa Bianca, Dan Scavino.

Il Presidente Trump ha più di 52 milioni di follower su Twitter e com’è risaputo fa un uso politico della piattaforma. Non si limita a fredde comunicazioni di servizio bensì spinge sull’acceleratore dei proclami e delle denunce. Fin qui è riconosciuta totale legittimità, anche se qualcuno potrebbe obiettare che la scompostezza è di “casa”.

@realDonaldTrump@realDonaldTrump
@realDonaldTrump

La Giudice Naomi Reice Buchwald però ha riconosciuto che la pratica di bannare gli utenti che rispondono duramente ai post presidenziali è incostituzionale. Il Primo Emendamento riconosce infatti, fra le altre cose, la libertà di parola. E considerato che @realDonaldTrump è un forum pubblico del governo non si può giustificare in alcun modo la censura.

La Casa Bianca ha sostenuto che Donald Trump gestisce l’account solo a titolo personale e anche che “lo usa per intraprendere azioni che possono essere prese dal presidente in qualità di presidente”.

La giudice però non ha accolto l’obiezione e ha sentenziato in modalità molto chiara: “Dato che nessun funzionario governativo è al di sopra della legge e si presume che tutti i funzionari governativi rispettino la legge una volta che la magistratura ha espresso qual è la legge, dobbiamo presumere che il presidente e Scavino rimedieranno ai blocchi che abbiamo ritenuto incostituzionali”.

trumptrump

Ora, non si tratta di una vera e propria ingiunzione, poiché si sarebbe creato un problema costituzionale su ciò che un giudice può o non può ordinare a un presidente, ma potrebbe essere considerata un’azione di “moral suasion”. Fermo restando il fatto che la Casa Bianca ha già confermato di stare valutando eventuali prossime azioni, e che il Giudice ha lasciato comunque aperta la strada dell’ingiunzione.

Leggi anche: Twitter, bug rivela le password di tutti gli utenti

Viene da chiedersi quali terribili e “flammanti” commenti possa aver ricevuto Trump per imporre il ban. Battute sagaci per lo più. Ad esempio quando Trump postò “Scusate, ma se mi fossi affidato alle fake news di CNN, NBC, ABC, CBS, washpost o nytimes avrei avuto zero chance di vincere alla Casa Bianca”, Rebecca Buckwalter rispose “A essere onesti non hai vinto alla Casa Bianca: la Russia ha vinto per te”.

Oppure, quando Trump postò “Il Dipartimento di Giustizia dovrebbe chiedere un’audizione accelerata dell’annacquato Travel ban prima della Corte Suprema – e cercarne una versione più dura!”, il comico Nick Pappas rispose che “Trump ha ragione. Il Governo dovrebbe proteggere le persone. Per questo le corti stanno proteggendo noi da lui”.

Ad ogni modo, anche se l’intera vicenda si presta a interpretazioni più o meno serie, Jameel Jaffer del Knight First Amendment Institute, che ha fatto da consulente ai denuncianti, sostiene che le implicazioni di questa sentenza potrebbero avere effetti collaterali per tutti i funzionari pubblici del paese. Politici locali, governatori e deputati fanno un ampio uso dei social, e domani potrebbero essere costretti al fuoco di fila degli elettori, senza alcuna difesa. Lo dice il Primo Emendamento.