All’inizio degli anni novanta, a Montevideo, c’è un signore che allena le giovanili del Danubio e sta perdendo i capelli: non è la vecchiaia che avanza, è colpa di un bambino paffutello, mancino, piccoletto e dai tratti somatici orientali. Questo maledetto ragazzino è imprendibile, soprattutto quando ha la palla tra i piedi: segna sempre, in ogni modo e da qualsiasi posizione. Tira da centrocampo, gol. Prende palla al limite dell’area di rigore, scarta tutti e va in porta. I capelli del signore stanno cascando perché la sua squadra, ogni volta che gioca contro questo ragazzino, perde. L’allenatore si chiama Rafael Perrone, il quale capisce che per evitare di diventare calvo deve fare solo una cosa: acquistare il bambino che si allena in una squadra di quartiere su un campo senza illuminazione. La luce, tanto, ce la mette lui quando arma il sinistro. Il ragazzo si chiama Alvaro, Alvaro Recoba, ma tutti lo chiamano ‘El Chino’ data la sua faccia con gli zigomi rialzati e gli occhi a mandorla che richiamano gli orientali. Ha un problema: allenarsi non è il suo pane quotidiano. Rafael Perrone lo capisce subito e lo porta a vivere a casa sua. La figlia dell’allenatore è costretta ad andare a vivere dalla nonna e a cedergli il letto. Alvaro è disordinato in camera, ma sul rettangolo di gioco è un geometra. Perrone, che in carriera è stato trequartista e un gran tiratore di punizioni, gli insegna tanto e il ragazzo incamera tutti i segreti.

I SUOI IDOLI – El Chino adora due giocatori: Enzo Francescoli e Ruben Sosa, ma se Dio o chi per lui lo ha dotato di un sinistro del genere, non si può evitare di ispirarsi a Maradona. Un giorno, a una radio, sente Francescoli e Ruben Sosa parlare fra loro al telefono, in diretta, Alvaro impazzisce. Per lui esiste solo il calcio: se non ci pensa, ne parla. Recoba cresce, passa al Nacional e saluta Perrone, anche se realmente non si separerà mai da lui. No, perché la figlia dell’allenatore, quella che gli aveva lasciato il letto per andare dalla nonna, diventa la moglie del Chino.

MORATTI SE NE INNAMORÒ – Intanto una cassetta con le magie di Alvaro finisce nel videoregistratore dellafamiglia Moratti, a Milano. Massimo, il presidente dell’Inter, si leva gli occhiali, li pulisce e se li rimette, incredulo per quello che vede fare a questo cinesino. Lo vuole a tutti i costi. In quell’estate arrivano ad Appiano Gentile: Ze Elias, Cauet, Winter, West, Diego Pablo Simeone, Checco Moriero e un fenomeno: Luiz Nazario Da Lima. E Recoba? C’è anche lui, ma arriva a fari spenti, un po’ come quando si allenava su quel campo prima di passare al Danubio. A convincerlo ad andare all’Inter è proprio uno dei suoi idoli: Ruben Sosa. Nella prima amichevole estiva El Chino si presenta entrando al posto di Ronaldo e calciando da 40 metri sulla traversa. Non è un caso: ad ogni allenamento piazza sei o sette palloni sulla linea del centrocampo e, forse, solo uno non colpisce il montante. È un cecchino: all’interno dello spogliatoio tutti lo amano e ci vuole poco per farsi conoscere anche dal pubblico di fede nerazzurra.

L’ESORDIO CONTRO IL BRESCIA – Il 31 agosto 1997, alla prima giornata di Serie A, si presentano allo stadio Meazza 75.000 persone per vedere l’esordio di Ronaldo. Non succede nulla per tutto il primo tempo: entra Recoba al posto di Ganz al 25’ della ripresa, ma dopo pochi secondi “Tatanka” Hubner porta in vantaggio il Brescia. Ci penserà il fenomeno a ribaltarla? Macché. Palla al Chino dai 35 metri: controllo di destro e fulmine a ciel sereno sotto l’incrocio. San Siro esplode e vuole un’altra magia. Detto, fatto. Tre dal termine, punizione dai 30 metri: al fulmine segue il tuono. Altro pallone infilato all’incrocio dei pali. L’Inter vince nel segno del “manChino”. Benvenuto in Italia, Alvaro.

IL PASSAGGIO AL VENEZIA – Eppure all’Inter non trova spazio. In allenamento è pigro, anche se fa divertire chiunque. Si narra che tra la nebbia di Appiano abbia posizionato un tavolino vicino al campo e si prenda qualche giro di pausa, poi torna in gruppo quando i compagni ripassano da quelle parti. A volte fatica proprio ad alzarsi dal letto, ne sa qualcosa Javier Zanetti, che per i primi mesi lo ospita a casa sua. Gioca solo otto presenze, ma lascia un altro segno indelebile: il 25 gennaio 1998, ad Empoli, dalla panchina vede che Robbiati è sempre fuori dai pali e promette il gol ai suoi compagni di squadra. Aspetta solo di entrare per poter beffare il portiere e alla prima occasione trova la terza perla del suo corto campionato: segna da centrocampo e l’Inter fa 1-1. Un colpo di genio, l’ultimo della stagione, che finisce con la vittoria in Coppa UEFA, ma tra le proteste in campionato per quell’intervento di Juliano non fischiato su Ronaldo e la Juve che vince lo Scudetto.

IN LAGUNA – L’anno successivo Recoba gioca ancora meno e a gennaio non può che accettare il prestito al Venezia. Moratti lo manda nella Laguna e gli promette: «Vengo a vederti ogni volta che posso e a giugno sei di nuovo con noi». In quei sei mesi a Venezia diventa il patron della città: altro che S. Marco. Arriva in una squadra ultima in classifica, ma ancora in corsa per salvarsi. In 19 partite segna 11 gol, tra cui una storica tripletta alla Fiorentina di Gabriel Omar Batistuta. Il Venezia naviga a vele spiegate fino alla zona Europa, arrivando a due punti dalla qualificazione in Coppa UEFA. El Chino ha la città tra le mani e, come promesso da Moratti, a giugno è di nuovo ad Appiano Gentile.

UN MANCINO DA URLO – Con quel sinistro incanta: bordate dritte per dritte o pennellate precise all’incrocio. Sul palo del portiere o quello più lontano. Quando deve calciare una punizione chiede sempre quale sia il punto di battuta e poi sposta la palla indietro. In barriera sanno già come va a finire: le sue traiettorie sono irritanti. E se non sono calci di punizione, sono addirittura i corner una delle sue armi preferite. Quello che dagli anni venti chiamano gol ‘Olimpico’ è un marchio di fabbrica del Chino. Per Recoba è talmente facile calciare in porta che anche da quella posizione segna. La sua ultima rete all’Inter, il 29 aprile 2007, è proprio un gol ‘Olimpico’. L’agnello sacrificale è ancora l’Empoli. Alvaro non ha preferenze: a lui basta avere il pallone sul piede sinistro per fare gol, che sia da 50 metri o da casa sua, la porta la trova (e la troverà) sempre.