Sea Watch lancia raccolta fondi

(Afp)

Pubblicato il: 26/06/2019 10:32

“Se il nostro capitano Carola segue la legge del mare, che le chiede di portare le persone salvate sul #seawatch3 in un porto sicuro, potrebbe affrontare pesanti condanne in Italia. Aiuta a difendere i diritti umani, condividi questo post e fai una donazione per la sua difesa legale”. E’ il post-appello pubblicato, questa mattina, sul profilo Facebook della Ong Sea Watch. Parole che fanno presagire tutta l’intenzione del capitano della nave Carola Rackete di proseguire nell’intento, annunciato ieri, di voler far sbarcare a Lampedusa, nonostante il divieto del Ministero, i 42 migranti da 14 giorni a bordo della nave. “Sono responsabile per le 42 persone salvate in mare e che non ce la fanno più. Le loro vite sono più importanti di qualsiasi gioco politico” scrive il capitano Rackete.

Ieri la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso presentato dalla Sea Watch per ottenere l’autorizzazione allo sbarco in Italia. “Questa mattina – si legge in un nuovo tweet di Sea Watch – abbiamo comunicato ai naufraghi la decisione della Corte di rigettare il ricorso. Sono disperati. Si sentono abbandonati. Ci hanno detto che la vivono come una negazione, da parte dell’Europa, dei loro diritti umani”.

MEDITERRANEA – Intervistata da Adnkronos, la portavoce della Ong Mediterranea Alessandra Sciurba commenta così la decisione di Strasburgo: “Quella della corte europea dei diritti dell’uomo è una sentenza alla Ponzio Pilato: non è uno schiaffo alle Ong come vorrebbe il governo, però non è coraggiosa. Pone un problema di giurisdizione, ma dice all’Italia di dare assistenza alle persone che sono a bordo della nave. Il governo usa il Mediterraneo come strumento di consenso per costruire la sua cattiveria. La Sea Watch ha rispettato tutte le convenzioni internazionali, ha fatto ciò che il diritto impone. La sentenza non è entrata nel merito di quello che ha fatto perché non è di sua competenza”.

SOS MEDITERRANEE – “Il diritto internazionale sancisce il soccorso in mare a chi è in difficoltà. Il salvataggio finisce quando tutte le persone soccorse sbarcano in un porto sicuro. L’Ue crei un sistema condiviso di porti in cui si può sbarcare. Non è possibile che le persone rimangano per tanto tempo in mezzo al mare”, dice all’Adnkronos Isabella Trombetta, la portavoce della Ong Sos Mediterranee. “Quel che farà la Sea Watch lo deciderà la Sea Watch, noi abbiamo sempre rispettato il diritto internazionale”, aggiunge.