ROMA – Il muro delle Asl impedisce l’incasso di 3,6 miliardi di crediti che le imprese fornitrici della sanità italiana attendono da mesi, se non da anni. Ormai il fenomeno si sta espandendo a macchia d’olio e non si limita a pochi casi sporadici ma riguarda sia il Sud sia il Nord. Sono 134 gli enti del servizio sanitario, più della metà dei 242 esistenti, che hanno opposto almeno un rifiuto al trasferimento delle fatture a una società di factoring. Il fronte del “no” è compatto con in testa la Lombardia (33 aziende) seguita da Campania (13), Piemonte, Emilia e Veneto (11) fino a Molise e Marche, ultime anche per motivi di estensione nella classifica dei dinieghi. E lo scontro tra il mondo del credito e le aziende sanitarie e ospedaliere è diventato sempre più acceso tanto che la Fiaso, la federazione del settore, è pronta a scendere in campo per spiegare le ragioni dei ripetuti rifiuti.

Eppure la continua opposizione alla cessione del credito sembra inspiegabile agli occhi delle imprese che cercano di trasformare in liquidità le fatture emesse e onorate con ritardi cronici dalla pubblica amministrazione. Lo Stato, si sa, paga con tempi lunghissimi: in 104 giorni contro una media europea di 40 per non parlare di Germania e Regno Unito che stanno sotto i 30 giorni (60 per la sanità) richiesti dall’Unione Europea. Anche se il ministero dell’Economia ha segnalato, il 31 maggio, il “costante miglioramento dei tempi”.

Il ricorso al credito per le imprese italiane è ossigeno puro: uno scoperto in banca, un mutuo o un prestito possono significare la sopravvivenza. “Il factoring è meno costoso rispetto ad altri strumenti finanziari – spiega Alessandro Carretta, segretario generale di Assifact, l’associazione delle società di factoring e ordinario alla Facoltà di Economia di Tor Vergata – e consente di rispondere a un bisogno immediato delle imprese che lo utilizzano sempre di più come dimostra la crescita dell’8% registrata lo scorso anno”.

“Le società di fattorizzazione hanno un atteggiamento predatorio – ribatte Pinelli, direttore della Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere – i tempi di pagamento si sono notevolmente ridotti tagliando di conseguenza fatturato a banche e società finanziarie che ora sono più aggressive”. E aggiunge: “Il factoring costa ai fornitori ma costa soprattutto alle aziende sanitarie: a ogni pagamento trasferito va aggiunto il tasso Bce oltre a uno spread dell’8%. Ciò significa centinaia di milioni in più a carico dello Stato”. Ma non solo, le normative europee impongono il versamento di 40 euro per ogni fattura. “Un vero balzello – continua il direttore della Fiaso – le fatture sono migliaia, i costi lievitano: per una regione piccola come la Liguria si traduce in un aggravio di 2,2 milioni di euro”. Le aziende sanitarie, inoltre, ritengono che il mancato confronto diretto con le imprese porti a un aumento del contenzioso: se c’è di mezzo un soggetto terzo è più difficile trovare una soluzione a una controversia generata da un’errata fornitura o da una consegna in ritardo.

E’ quello che sostegno, con altri termini, anche le società di factoring: il no degli enti della sanità può essere ricercato nella volontà di evitare interlocutori forti come le società finanziarie preferendo liquidare i creditori direttamente. Insomma meglio avere una miriade di aziende in attesa di ricevere il pagamento che pochi soggetti professionali che bussano alla porta chiedendo il versamento di somme ingenti. “E’ singolare che le Asl provochino problemi alle imprese pagando le fatture in grave ritardo e poi si lamentino delle conseguenze ovvie dei loro stessi comportamenti che derivano dalla legge – conclude Carretta – è infatti una direttiva comunitaria che impone le maggiorazioni, a cui le società di factoring quasi sempre rinunciano”.

Eppure il mondo del factoring costituisce un cuscinetto tra le esigenze delle imprese di monetizzare e i ritardi cronici dei pagamenti. Al 31 dicembre dello scorso anno nei portafogli delle società di factoring il 23% dei crediti vantati verso tutta la pubblica amministrazione erano scaduti da oltre un anno. Le società fornitrici dello Stato hanno trasferito al factoring circa 11 miliardi, di cui un terzo relativo al settore sanitario. La regione più esposta è il Lazio con 5 miliardi, di cui 1,5 scaduti, di crediti trasferiti seguita dalla Campania con 1,2 miliardi. Sono somme notevoli sottratte agli investimenti delle imprese, soprattutto le più piccole che spesso fanno ricorso al factoring per ottenere liquidità in tempi brevi e con una spesa contenuta. Un’apertura di credito in conto corrente, infatti, può costare anche più del 10% della somma richiesta mentre il factoring pesa, come rilevato da Banca d’Italia, dal 2,6% al 5% della somma smobilizzata. E le piccole medie imprese rappresentano il 54% della clientela con il 16% dei volumi contro il 17% delle imprese con oltre 50 milioni di fatturato che rappresentano il 70% del giro d’affari.