Quando oggi, forse a chiusura del lunedì dei mercati, una breve nota certificherà quanto è ormai deciso, diremo che hanno vinto Roma e la Roma. Finalmente, tardi, ma non a tempo scaduto, hanno vinto in due. Ha vinto la forza di questa città unica, che conserva intatto, contro ogni insulto del presente, il suo potenziale simbolico. Ha vinto la passione sportiva, che accende ancora nel mondo bagliori giallorossi, a dispetto della miserrima gestione societaria degli ultimi anni, delle bandiere umiliate e stracciate, delle campagne acquisti improbabili, degli intrighi a corte dove il re è sempre assente, dell’improntitudine nelle relazioni istituzionali, dello sprezzante distacco verso i tifosi.

Senza ciò che Roma e la Roma sono, a prescindere da coloro che Roma e la Roma oggi rappresentano, un’operazione di trading come quella che sta per compiersi non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo. Il patrimonio, sportivo e non, che passa da Pallotta a Friedkin, non giustifica il prezzo di circa 800 milioni. Un decennio senza trofei, un modesto valore di avviamento, un indebitamento pesante e, da ultimo, l’assenza di beni significativi in pancia del club fanno di questa cessione una scommessa. L’incertezza politica che aleggia sul destino dello stadio di Tor di Valle ha impedito di includere nell’accordo questo asset decisivo. Ma che potenzialità può avere una società di calibro senza un impianto di proprietà?

Se, nonostante queste condizioni, la Roma oggi cambia mano, vuol dire che il valore di questa squadra capitale, ancorché non strettamente monetizzabile, è tuttavia inestimabile. Perché coincide con l’anima cosmopolita di una città capace di parlare al mondo la lingua inimitabile della cultura, dell’arte e della bellezza. Lo ha capito il billionaire texano, il cui scatto di fiducia merita tutta la corrispondenza possibile. E, a modo suo, lo ha capito anche il trader bostoniano, che pure, per un’inguaribile idiosincrasia alla bellezza, della bellezza di Roma non sapeva che farsene. E che ricava un guadagno ingiustificato rispetto agli errori commessi e agli impegni disattesi, dimostrando una volta di più che la Roma è stata per lui sempre e solo una speculazione.

L’acquisto di Friedkin tuttavia non è un miracolo, ma un’operazione finanziaria non facile a tradursi in una rifondazione gestionale, almeno in tempi brevi. C’è un piano industriale da riscrivere, un debito importante da estinguere, un management da ricostruire, una politica sportiva da ripensare, una rete di relazioni istituzionali da riallacciare, un rapporto di fiducia con il popolo dei tifosi da recuperare. Ciò nonostante, l’effetto liberatorio di questa notizia è tale che anticipa, nella percezione dei romanisti, la stessa conclusione dell’affare. Un reset sulle orribili cose viste fin qui a Trigoria è già di per sè una salutare boccata d’ossigeno.