Siamo abituati a chiamare “algoritmi” le segretissime tavole delle leggi digitali che regolano i servizi e i modelli di business di aziende come Google, Facebook o Amazon. Con maggiore precisione, gli algoritmi sono i complessi procedimenti di calcolo che puntano a rendere efficienti (e talvolta remunerative) miriadi di iniziative di ricerca, commercio, informazione online. Oggi, dall’efficacia degli algoritmi dipendono le fortune di milioni di individui, di solito ad alta specializzazione, che operano negli ecosistemi digitali. Alla fine della catena, gli algoritmi condizionano le giornate e la vita (il lavoro, lo studio, gli acquisti, il tempo libero, le relazioni) di miliardi di persone, che genericamente sono definite “utenti”.

Gli algoritmi vengono incessantemente innovati. Facebook, per esempio, il 27 agosto scorso e il 15 dicembre 2016 aveva attivato modifiche per contrastare la diffusione delle fake news. Nel corso del 2016 aveva anche apportato cambiamenti per combattere i clickbait (contenuti utili solo a distribuire più ampiamente gli annunci pubblicitari), per favorire la fruizione dei contributi provenienti da amici e parenti, per aumentare la permanenza sul newsfeed, il flusso di post prodotti da quanti sono in contatto con l’utente.

Poiché manutenerli è complesso e mantenerne la riservatezza costoso, gli algoritmi sono gestiti da piccoli gruppi di fidatissimi tecnici, sorta di ricchi monaci con accesso esclusivo ai Sacri Graal digitali. Gli interventi profondi, quelli che possono fare la differenza in termini di esperienza e remunerazione, vengono decisi dai vertici aziendali o addirittura, com’è accaduto in questo caso, annunciati dal capo assoluto. Il fondatore di Facebook ha postato un annuncio atteso ma di massimo impatto in quanto vergato di suo pugno. Dopo una premessa di maniera (“…nel 2018 ci focalizzeremo su far sì che sia ben speso il tempo trascorso su Facebook”), Mark Zuckerberg spiega, rivolgendosi direttamente a ogni utente del social network, le ragioni per le quali “d’ora in poi puoi aspettarti di vedere più informazioni provenienti dai tuoi amici, familiari e gruppi”. Insomma l’algoritmo di Facebook farà passare meno notizie di politica o cronaca, più racconti delle serate conviviali e foto del gatto. L’obiettivo è “incoraggiare interazioni significative tra le persone” perché “abbiamo costruito Facebook per aiutarti a rimanere in contatto con le persone che contano per te”.

In verità l’algoritmo è stato adeguato poco per volta alle direttive di Zuckerberg, giá dalla scorsa primavera fino all’annuncio urbi et orbi. Gli editori se ne sono resi conto quando hanno rilevato il calo di utenti veicolati da Facebook ai siti d’informazione grazie alle news inserite nel flusso; contemporaneamente è diminuito il peso delle news pubblicate dagli editori su Facebook attraverso il servizio Instant Articles. Lo sconcerto è stato enorme, perché Zuckerberg s’era sempre dichiarato attento alle esigenze dei produttori d’informazione, più di quanto non lo fosse mai stato Google. Il suo slogan era: editori, mettete le vostre notizie su Facebook, dove gli utenti vanno più volentieri e restano più a lungo. Ha cambiato idea, forse stanco delle accuse all’algoritmo di non essere in grado di distinguere tra informazione di qualità, fake news e propaganda.

Le notizie giornalistiche saranno ancora presenti su Facebook, ma solo se segnalate (postate) da amici e parenti. I danni per gli editori, in termini di traffico digitale e quindi di ricavi pubblicitari, saranno rilevanti. E si potrà fare ben poco per limitarli. La vicenda, che sarà confinata tra quelle che interessano i pochi che s’ostinano a preoccuparsi di quanto accadrà all’informazione libera e indipendente, ha il merito di segnalare il pericolo costituito dall’enorme potere accumulato negli algoritmi di Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin, Jeff Bezos, Tim Cook e una manciata d’altri: basta un maquillage a cambiare i destini di persone, aziende, professioni, persino popoli e stati. Qualcuno dovrà occuparsene, prima o poi.