MILANO – Spesa pensionistica in aumento in rapporto al Pil, dopo un triennio di calo. Ampie disuguaglianze di reddito, tanto che più di un pensionato su tre riceve ogni mese meno di mille euro lordi e il 12,2% non supera i 500 euro. Al 20% di pensionati più poveri va poco più del 5% della spesa complessiva, mentre – dall’altra parte della forbice – al quinto con i redditi pensionistici più ricchi va il 42,4% del totale.

In più di 7 milioni di famiglie la pensione è il reddito principale

E’ questa la fotografia scattata dall’Istat sui 16 milioni di italiani che beneficiano di una pensione, un numero stabile nel 2018 (anno analizzato dagli statistici) rispetto al rapporto precedente. Un mondo che si affida molto al trasferimento ricevuto alla fine del lavoro: per ben 7,4 milioni di famiglie nelle quali è presente un pensionato, infatti, l’assegno previdenziale rappresenta più dei tre quarti del reddito complessivo del nucleo. Un paracadute importante dal rischio di povertà: si trova in condizione rischiosa il 15,9% delle famiglie con pensionati, un dato elevato ma inferiore alle altre tipologie di nuclei. E un paracadute che tutto sommato tiene meglio di altri redditi: in termini nominali l’importo delle pensioni è salito del 70% dal 2000, mentre i redditi medi dei lavoratori dipendenti – complici la crisi e il congelamento dei rinnovi contrattuali nel pubblico – si è limitato al +35 per cento.

Spesa di nuovo in crescita sul Pil

Mentre il governo ragiona di come superare Quota 100 evitando uno ‘scalone’ tra chi ha potuto aderire alla finestra voluta dalla Lega e chi dovrà rinunciarvi, l’Istat traccia il quadro dell’esistente. E calcola come lo Stato abbia speso 293 miliardi di euro in prestazioni pensionistiche (+2,2% nel 2018, sul 2017), ovvero il 16,6% della ricchezza nazionale: valore appena più alto del 2017, ma sufficiente per segnare “un’interruzione del trend decrescente osservato nel triennio precedente. Infatti, dopo l’aumento del rapporto tra spesa pensionistica e Pil indotto dalla forte contrazione dell’economia negli anni di crisi (con un picco del 17% nel 2014), l’andamento più favorevole della crescita e il dispiegamento degli effetti delle riforme sulla spesa hanno determinato una sua riduzione fino al minimo del 16,5% nel 2017”.

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Il rapporto dà forma plastica a come la riforma Fornero e l’allungamento della permanenza al lavoro stia controbilanciando l’invecchiamento italiano. Nel 2018 c’erano infatti 606 pensionati da lavoro ogni mille persone occupate, mentre erano 683 nel 2000. “Il rapporto è diminuito di quasi 6 punti nei sei anni successivi alla riforma del sistema pensionistico del 2012, mentre nei precedenti dodici anni si era ridotto di 2 punti”.

Donne svantaggiate, oltre metà della spesa al Nord

La geografia delle pensioni italiane è pesantemente sbilanciata, complice la diversa carriera lavorativa che accompagna al ritiro. Sul Nord arriva oltre la metà della spesa complessiva, soprattutto per le cosiddette prestazioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti) che prevedono una precedente contribuzione da parte del percettore o di un familiare. “Anche tenendo conto delle differenze territoriali nella struttura per età della popolazione – dettaglia l’Istat – il tasso di pensionamento risulta più elevato al Nord (262 pensionati ogni 1.000 abitanti), scende nel Mezzogiorno (257) ed è in assoluto più basso al Centro (253). In media si calcolano 259 pensionati ogni 1.000 abitanti”.

Se si guarda al valore dei singoli assegni, non si superano i 500 euro mensili per le pensioni assistenziali e si arriva a quasi 1.469 euro per quelle di vecchiaia (17.634 euro annui). Ma un pensionato può sommare diverse tipologie di prestazione, per questo si fa più correttamente riferimento al “reddito pensionistico”. Ecco allora che le due voci salgono in media rispettivamente a 1.175 euro e a 1.800 euro mensili.

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Come si diceva inizialmente, c’è forte sperequazione tra i pensionati: il 36,3% dei pensionati riceve ogni mese meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera i 500 euro. Un pensionato su quattro (24,7%) si colloca, invece, nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro. “Il divario di genere è a svantaggio delle donne”, ricorda il rapporto. Le donne sono il 55,5% dei percettori di pensioni, ma ricevono il 44,1% della spesa complessiva. Non a caso sono “più rappresentate nelle fasce di reddito fino a 1.500 euro. La concentrazione di percettori uomini, invece, è massima nella classe di reddito più alta (3.000 euro e più) dove ci sono 266 pensionati ogni 100 pensionate”. Questa situazione è dovuta a una minore partecipazione femminile al mercato del lavoro e al fatto che le carriere contributive siano più brevi.

Pensionati, più di uno su tre vive con meno di mille euro lordi al mese

Pensioni battono stipendi: +70% contro +35% dal 2000 al 2018

Tra i dati rilevati dall’Istat, spicca la riflessione su come negli ultimi anni le pensioni abbiano stracciato gli stipendi, per crescita. Le prestazioni IVS sono cresciute soprattutto per il “cambiamento della composizione di questa categoria di percettori: è, infatti, progressivamente aumentato il peso delle pensioni maturate nelle fasi di maggiore crescita economica – caratterizzate da una dinamica salariale favorevole – mentre è diminuito il peso dei trattamenti delle generazioni più anziane con una storia contributiva più breve e frammentata e profili salariali e contributivi mediamente più bassi”. Sta di fatto che in termini nominali (senza contare la dinamica dei prezzi) l’importo medio delle prestazioni del 2018 “è aumentato del 70% rispetto a quello del 2000, con una dinamica più marcata rispetto a quella registrata dalle retribuzioni medie degli occupati dipendenti. Rispetto al 2000, infatti, le retribuzioni sono aumentate del 35% in un contesto di crisi economica che si è associata anche a provvedimenti di blocco dei rinnovi contrattuali nel settore pubblico, favorendo così l’allargamento del gap tra le due curve”.

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Per l’Istat, “il progressivo raggiungimento dell’età pensionabile da parte di generazioni che possono vantare carriere lavorative più lunghe e in posizioni professionali più elevate ha favorito la redistribuzione dei redditi a vantaggio dei pensionati, contribuendo a ridurre il rischio di povertà per alcuni segmenti di famiglie più vulnerabili”.