Un piccolo blocco nero e minimale, che a vederlo sulle prime sembra addirittura innocuo. Appena più massiccio di un tablet, lievemente più pesante di un ebook reader. Solido e compatto, da tenere in mano senza fatica, pronto quasi a “sparire” nel salotto di casa. Esce così dalla scatola, Nintendo Switch, la nuova console della casa di Kyoto decisa a ribadire una volta di più quale siano il peso, la forza e l’importanza delle idee. Non è di certo una macchina con un design forte, d’impatto, perché in questo caso conta più la sostanza che la forma: conta più il gioco, l’intuizione, il dinamismo di un concept ibrido. Via quindi gli orpelli, il superfluo: il blocco centrale della macchina è normale e ordinario, quasi irriconoscibile se non fosse per il logo che campeggia sulla superficie posteriore.

Sul bordo superiore trovano spazio il tasto di accensione, i pulsanti per regolare il volume, il jack per le cuffie, e infine lo slot per le piccole Game Card. Leggermente più massicce di una scheda SD, sono queste a rappresentare il nuovo supporto fisico scelto da Nintendo per contenere i giochi della console. C’è anche una presa d’aria per la ventilazione ed il raffreddamento, e funziona più che bene. Anche giocando per diverse ore (sia in mobilità che attaccati allo schermo della TV tramite la base fornita in dotazione), Switch si scalda appena, e un lieve tepore si avverte – senza fastidio – sulla punta dei polpastrelli che sporgono dai Joy-Con.

C’è davvero poco altro, che risalta su quello che è, di fatto, il corpo centrale della console: due guide laterali in metallo in cui far scivolare i due minuti controller, le casse microscopiche ai margini inferiori dello schermo, e infine, sul retro, una piccola aletta che funge da supporto per tenere Switch in verticale, rivelando per altro l’intelligente alloggiamento delle mini SD, indispensabili per allargare lo spazio di archiviazione disponibile (giacché, visto il peso del sistema operativo, i 32 GB disponibili diventano a conti fatti poco meno di 26). Sul margine inferiore c’è un attacco USB, di tipo standard C perché a Nintendo piacciono le cose regolari, simmetriche e poco diffuse: è quello che serve per ricaricare le batterie, oppure per connettere la console sulla docking station, spedendo così il segnale video al televisore di casa.

Eccolo, quindi, Nintendo Switch: è davvero tutto qui, una sorta di Tablet “domestico“, una piccola tavoletta nera pensata per il gaming, incarnazione più matura e riuscita di quella che era l’idea alla base dello sfortunato WiiU. Vale la pena farlo subito, questo paragone un po’ scomodo. Perché se siete fra quelli che ricordano il primo impatto con la scorsa console, dovete sapere che con Switch è tutta un’altra storia. Spariscono tutte le incertezze di un oggetto plasticoso, quel “paddone” dal design un po’ goffo e dai materiali tutt’altro che pregiati, con uno schermo poco responsivo e poco definito. Switch è di un’altra pasta, e lo dimostra anche alla prima accensione. Il display, almeno in ambiente casalingo, è brillante e responsivo, le casse squillanti, e il sistema operativo schietto e minimale. Ancora oggi mancano alcune funzioni con non ci permettono di parlare in maniera approfondita dei servizi e dell’infrastruttura software messa in piedi dalla casa di Kyoto ma, sul fronte dell’esperienza utente e dell’usabilità, non c’è nulla da recriminare. I menù sono chiari e la navigazione è immediata: finalmente Nintendo torna quindi a distinguersi per chiarezza e fruibilità, superando di diverse lunghezze persino il software di sistema delle sue console portatili.

In attesa di scoprire se pure l’organizzazione dell’eShop e la gestione della componente social faranno i passi avanti necessari a rendere i servizi online finalmente competitivi, non si può che fare un plauso per i risultati ottenuti.

Gioie (e dolori) della versatilità

Fatta la conoscenza della macchina e dell’OS, arriva il momento di arrivare al sodo, e prendere confidenza con il sistema di controllo che Nintendo ha scelto per la sua console, importante in fondo quanto l’hardware stesso. All’apertura della compatta confezione di Nintendo Switch, del resto, l’utente si trova di fronte non solo il Tablet, ma anche la coppia di Joy-Con: elementi distintivi di questa nuova declinazione della “Nintendo Difference“. Sono due controller di dimensioni molto ridotte: leggeri, “ristretti”, che vengono quasi “fagocitati” dalla stretta del pugno e svaniscono nel palmo della mano. Due oggetti dal design immediatamente riconoscibile, in qualche maniera magnetici e affascinanti come tutte le cose aggraziate e minute. I controller si possono tenere lontani dalla console, staccati e indipendenti, oppure infilare nelle guide di metallo ai lati del tablet. Quando si agganciano al corpo centrale della macchina, le casse emettono il suono distintivo che ha accompagnato l’animazione del logo fin dal primo reveal trailer, e basta questo per suscitare, nel giocatore più attento ai dettagli, un sottile brivido di piacere.

L’insieme del tablet e dei due Joy-Con forma insomma un’unità autonoma, configurazione prediletta per il gioco in mobilità. I pad si agganciano con sicurezza, trasmettendo una buonissima sensazione di solidità. Per rimuoverli è necessario premere un piccolo tasto sul retro dei controller.

A livello di ergonomia, inutile girarci intorno, i Joy-Con non sono il massimo. Nintendo ha preferito puntare sul dinamismo e sulla malleabilità della macchina, piuttosto che sulla comodità di utilizzo. I Joy-Con possono infatti essere utilizzati per il gaming motorio e “sociale” di 1-2 Switch, per il multiplayer locale di Mario Kart 8 (sfruttando i due supporti inclusi nella confezione, che rendono più comodi da utilizzare i due dorsali extra, “nascosti” sulla guida di aggancio), oppure in una configurazione più tradizionale (sia ai lati del tablet che inseriti all’interno del Grip, il supporto metallico che “trasforma” i Joy-Con in un controller dalla forma più classica).

Il prezzo di questa flessibilità, tuttavia, si paga. Diciamo semplicemente che le dimensioni ridotte dei pad hanno imposto qualche compromesso di troppo relativamente alla disposizione dei tasti ed alla qualità del sistema di input. La corsa degli stick analogici è davvero molto ridotta, e questo rende in certi casi difficile eseguire operazioni di precisione. I due trigger sono dei semplici pulsanti non analogici, e i dorsali superiori sono così sottili e così sensibili che è parecchio facile premerli per sbaglio. Non è molto intuitivo neppure avere quattro pulsanti separati al posto della croce direzionale.

C’è poco da girarci intorno, insomma: per quanto siano gradevoli nel look e nel form factor, per quanto stupefacente siano le sensazioni restituite dal Rumble HD, per quanto impressionante sia il lavoro di design necessario a garantire l’adattabilità dei Joy-Con a tutta la gamma di situazioni prevista da Switch, la coppia di mini-pad difficilmente sarà considerata il sistema di controllo d’elezione per lunghe sessioni di gioco. I compromessi si riescono ad accettare quando si gioca in mobilità, ma diventano difficilmente sostenibili quando invece i Joy-Con si collocano all’interno del Grip, che è per altro molto più stretto di un pad classico, e quindi abbastanza scomodo. Se volete giocare in maniera tradizionale, insomma, il Pad Pro diventerà ben presto una necessità. Classico nel design e nella forma, con levette di buona qualità, pulsanti più grandi, dorsali dal feedback più morbido ed un D-Pad regolare, il controller Pro è un oggetto di qualità più che discreta, che integra per altro un accelerometro e la tecnologia Rumble HD. Anche i pulsanti + e -, diversamente da quanto accade sul Grip, sono facili da raggiungere, così come i due tasti che permettono di tornare al menù di sistema (finalmente la gestione del multitasking sembra ottima) e di scattare (con una rapidità impressionante) istantanee della schermata di gioco.

Come vada considerata in fin dei conti la scelta di Nintendo, di optare ancora una volta per un sistema di controllo così atipico, è una questione delicata. Switch basa gran parte della propria identità e della propria esperienza utente sul suo dinamismo, sulla capacità quindi di proporre e rappresentare diverse concezioni di gaming. Come abbiamo avuto modo di ribadire più volte, Switch vuole incarnare la summa dell’esperienza che Nintendo ha accumulato in quasi venticinque anni di attività nel settore videoludico. Dentro c’è il motion gaming di Wii, la portabilità casalinga di Wii U, la voglia di offrire all’utenza grandi esclusive “tradizionali“, al pari di quelle che hanno reso immortale la Line-Up del Gamecube. E poi c’è una dimensione sociale, un multiplayer locale immediato e disponibile “out of the box“. Inquadrata in quest’ottica, la console proteiforme di Nintendo non potrebbe esistere senza i Joy-Con, simbolo e incarnazione della filosofia che l’ha generata.

Se tutto funzionerà come deve, e se i giocatori potranno davvero trarre il meglio dalla flessibilità dell’hardware, lo diranno però i giochi. Se Nintendo e le terze parti continueranno a proporre un’ampia gamma di software capaci di sfruttare le variegate qualità della macchina (e le sue altrettanto diversificate configurazioni), allora il “colpo di testa” di Switch potrà dirsi riuscito. Se, di contro, le esperienze più significative saranno quelle classiche, da Zelda a Mario, passando per Xenoblade, Pikmin, Metroid e compagnia cantante, allora la scelta di barattare l’ergonomia dei controller e le prestazioni tecniche si rivelerà poco lungimirante.

Sebbene la line-up di lancio non sia certo straripante, le prospettive per il primo anno di vita di Switch sono quantomeno incoraggianti. Pensiamo del resto che sia preferibile una serie di uscite ben diluite nel corso dei mesi, rispetto ad una consistente infornata iniziale a cui faccia seguito una penuria desolante (come spesso accade al lancio di una nuova console). Fra qualche mese, all’E3, Nintendo avrà comunque il compito di rimpolpare l’elenco dei “big” in arrivo sulla sua macchina, confermando insomma di voler supportare -anche sulla lunga distanza- l’idea che la tiene in piedi.

In casa o fuori?

Ed eccoci dunque arrivati alla domanda più importante: Nintendo Switch è una console portatile o casalinga? Oppure ancora un ibrido ben bilanciato, adatto indistintamente all’utilizzo in mobilità e in ambiente domestico? Fermo restando che Switch rifiuta in maniera decisa le categorizzazioni nette, e che può adattarsi alle diverse esigenze di ogni giocatore, è la stessa casa di Kyoto a suggerire una risposta. Switch, nella visione di Nintendo, è una Home Console, che non deve e non vuole entrare in conflitto con gli hardware della famiglia 3DS. Dopo diversi giorni di prove non possiamo che sottoscrivere questa “interpretazione“. Del resto, non è un mistero che labatteria della console non abbia una durata proprio lusinghiera, esaurendosi dopo poche ore di gioco continuativo nel caso in cui si utilizzino i software più onerosi in termini di prestazioni.

Guardami, sono in TV

Nella confezione di Nintendo Switch trova spazio anche la base che permette di “spedire” il segnale della console direttamente al televisore. Si tratta di un supporto di plastica satinata, molto leggero, che ha il compito di funzionare da semplice connettore. Sul retro c’è un piccolo sportello che rivela un vano con tre attacchi: quello dell’alimentazione, un HDMI ed una porta USB classica per connettere eventualmente Hard Disk esterni o il cavo di alimentazione del Pad Pro. Altre due prese USB sono posizionate sul lato della base. Il design della docking station è molto semplice, proprio come quello del Tablet principale, che sporge lievemente quando trova la sua collocazione sulla base. Adagiare e togliere la console è davvero molto semplice: una piccola scanalatura “scavata” sul retro di Switch fa in modo che il Tablet si posizioni in maniera molto naturale sull’alloggiamento. Per quanto resti decisamente rapido, il passaggio del flusso video dallo schermo touch a quello della TV impiega qualche secondo, mentre l’operazione inversa è decisamente più immediata.

Giocando a Breath of the Wild lontano dalla TV la console si spegne dopo circa tre ore, con fluttuazioni davvero minime all’abbassamento della luminosità o all’attivazione della modalità aereo (due accortezze che permettono di guadagnare qualche decina di minuti al massimo). La carica dei Joy-Con, per contro, dura molto di più, esaurendosi dopo più di diciotto ore di gioco intenso. Tenete a mente, in ogni caso, che non sarà possibile ricaricarli tramite il Grip, e che andranno invece lasciati connessi alla console mentre questa “riposa” sulla docking station.

Sempre in tema di portabilità, confermiamo che lo schermo si comporta ottimamente al chiuso, ma fatica di più all’aperto, per via soprattutto dei riflessi (e solo in secondo luogo della luminosità). Rispetto ad altri dispositivi portatili (e -senza andare troppo lontano- basta aprire un New Nintendo 3DS), lo schermo di Switch esce tutto sommato sconfitto se si vuole giocare fuori dalle mura di casa. Ad allontanare l’idea di una “portabilità integrale”, in ogni caso, c’è anche il form factor non troppo comodo per il gioco in mobilità, e il fatto che la line-up rifugga in maniera piuttosto decisa la possibilità di sfruttare il touch screen come sistema di controllo principale. Switch, insomma, è un hardware che si trova più a suo agio in un ambiente domestico, a pochi passi dalla TV, dalla sua base satinata e dall’alimentatore. Resta invece apprezzatissima la possibilità di portarla in vacanza, o a casa di amici, staccando i due Joy-Con per avviare al volo un match multiplayer. Si tratta, anche in questo caso, di una caratteristica distintiva, tutto sommato unica, e proprio per questo, a suo modo, altrettanto preziosa.