E adesso i punti di distacco sono undici. Alla faccia di chi immaginava un altro appassionante testa a testa tra Jürgen Klopp e Pep Guardiola, sulla falsariga della scorsa stagione e quell’incredibile 98 a 97 in classifica finale. La realtà è che se il Liverpool va ancora a mille (almeno in Premier, in Champions è un’altra cosa e se perde a Salisburgo va fuori…) e anzi, di questo passo arriverebbe a 108 punti, il City non è quello dello scorso anno. I numeri parlano chiaro, a prescindere dalle prestazioni del Liverpool. L’anno passato, dopo 14 turni, i punti erano 38, due anni fa 40. Quest’anno sono 29, meno addirittura del 2016-17, il primo anno di Guardiola, che stasera affronta in trasferta il Burnley per la 15ª giornata, nell’anticipo del turno infrasettimanale.

City e l’incubo infortuni per Guardiola

Cosa è cambiato? Impossibile non iniziare dagli infortuni. Due su tutti, i lungodegenti Leroy Sané ed Aymeric Laporte. Il tedesco era fondamentale per Guardiola, sia per l’apporto di gol (trenta in due anni), sia per il cambio di passo, sia perché permetteva di ruotare un po’ gli esterni alti. Senza di lui manca il velocista, o, meglio, Sterling deve sgobbare di più anche perché gli altri potenziali esterni (Mahrez e Bernardo Silva) hanno un passo diverso. Ancora più importante il ko di Laporte, l’anno scorso assieme a Van Dijk il centrale più forte del campionato, anche perché è andato via Vincent Kompany. In pratica, Guardiola ha dovuto operare con solo due centrali di ruolo – Otamendi e Stones (nessuno dei due di altissimo livello peraltro) – più Fernandinho che a 34 anni deve adattarsi da mediano a stopper. Le magagne non finiscono qui. Zinchenko, ko da due mesi, era più costruttore di gioco rispetto a Mendy, tornato titolare. Gabriel Jesus non si discute, ma l’assenza di Aguero si nota: l’argentino è più prolifico (il brasiliano è a secco da 8 partite) e, soprattutto, ha movimenti diversi.

I dubbi del Manchester City su Guardiola

Attenzione: nessuno osa criticare Guardiola. Però vi è chi si pone alcune domande, a cominciare dal mercato estivo. Perché non prendere un altro centrale difensivo di spessore dopo l’addio a Kompany, ad esempio? E, vista la duttilità di Danilo, era proprio necessario scambiarlo con Joao Cancelo, che finora ha giocato poco e male? Poi vi è Phil Foden, la baby-stellina campione del mondo under 20 cresciuto nel vivaio. Guardiola lo elogia in continuazione, ma quest’anno ha fatto solo una presenza da titolare (in Champions, contro l’Atalanta), mentre in campionato ha giocato in tutto 79 minuti. Va bene che ha 19 anni, ma il popolo del City sogna di vedere un ragazzino cresciuto in casa giocare con regolarità. Vi è poi il sospetto che a questo punto Guardiola punti più alla Champions che al campionato. E non solo lui, ma pure la proprietà di Abu Dhabi. Del resto, fare meglio dei 197 punti (224 disponibili) in due anni è quasi impossibile. Altrove sarebbe anche un ragionamento accettabile, ma tra i tifosi del City quest’atteggiamento non va giù. Dettagli, lo ripetiamo. Guardiola resta il re della metà blu di Manchester e lo resterà finchè lui vorrà. Però quest’anno, più degli ultimi, c’è chi inizia a dubitare della sua infallibilità.