AVELLINO – Quando i cronisti inglesi hanno chiesto a Ted Smith perché avesse deciso di ritirarsi a soli 24 anni, lui ha risposto: “Semplice, non mi divertivo più”. E chi se ne frega se Mourinho ha fatto carte false per portarmi dal Southend al Tottenham, avrebbe voluto aggiungere. Quasi in contemporanea, a duemila chilometri di distanza dalla cittadina dell’Essex, il napoletano Alessandro De Vena, 27 anni, annunciava l’addio al calcio: perché ha deciso di ritirarsi? “Perché ho capito che potevo fare a meno di questo lavoro, liberarmi di ansie e preoccupazioni. Preferisco concentrarmi sugli affetti più importanti: la fede, mia moglie e i miei tre bambini”.

E ora?

“Mio padre ha un’azienda di logistica import-export, potrei occuparmene io, ma non ho ancora deciso. Intanto, mi godo la famiglia”.

Lei è uomo di fede: quanto ha influito sulla decisione?

“Tanto. Sono un testimone di Geova. Molta gente nei momenti difficili pensa alle cose materiali. Io mi sono affidato alla fede e mi accontento di quello che ho”.

Anche del calcio?

“Non poteva darmi quello che volevo: pace e serenità, anziché fugaci attimi di felicità. Andremo incontro a una crisi economica senza precedenti, forse avrei potuto ottenere ancora qualche buon contratto, ma quante altre preoccupazioni avrei fatto vivere alla mia famiglia? Preferisco la serenità”.

Cresciuto nel settore giovanile del Napoli: cosa ricorda di allora?

“Ero spensierato e mi divertivo. Mi chiamavano ‘il piccolo Cavani’, gli somigliavo un po’. Assieme a me c’erano Lorenzo Insigne e Armando Izzo, già bravi all’epoca ma sono migliorati anche grazie alle società in cui hanno militato. Invece io sono caduto e mi sono rialzato più volte. Il primo anno da professionista a Trieste fu positivo, ma già a Viareggio incontrai le prime difficoltà. L’esperienza più bella? Non ho dubbi, ad Avellino.

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