Quando a Roma, nel fortino del capo politico M5s e vicepremier Luigi Di Maio, ricomincia a circolare la «pazza idea» di un ritorno alle urne, nove giorni prima della chiusura della «finestra elettorale» del 20 luglio, da Milano non è ancora arrivata la notizia dell’apertura di un fascicolo di indagine sui presunti fondi russi alla Lega, di cui ha parlato l’inchiesta giornalistica del sito web americano BuzzFeed. Da quel momento in poi, il quartier generale grillino si arma di porte blindate. L’unica richiesta agli alleati della Lega è quella di una generica «trasparenza» fatta trapelare alle agenzie da fonti pentastellate. Soltanto il giorno prima, in contemporanea con le rivelazioni che giungevano dagli Usa, era partito il tam tam. E quella frase, pronunciata da Di Maio già il 27 maggio scorso durante l’assemblea con i gruppi parlamentari: «Stacchiamo la spina o no?» è risuonata nei ragionamenti ai più alti livelli. «Anche nella testa di Di Maio che ha paura che gli scoppi in mano il partito», assicurano fonti parlamentari e conoscitori dell’universo grillino. Tutto ciò mentre il premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, ribadiva la sua «fiducia nel ministro Salvini», per poi augurarsi, come da frase di rito, che «la magistratura faccia il suo corso». Gli osservatori più attenti, però, hanno notato che già da mercoledì, nella dichiarazione di Di Maio si poteva leggere un distinguo piuttosto polemico: «Il M5s pensa agli italiani, questo mi interessa».

Non è solo la polveriera del Russia Gate all’italiana che ha portato lo stato maggiore del Movimento a rinverdire l’ipotesi dello «stacchiamo la spina». C’è lo stallo sull’autonomia, con i 5s in protesta sulle «gabbie salariali» per i docenti e l’ennesimo vertice terminato con una fumata nera. Lo scenario vede un Di Maio sempre accerchiato dal dissenso interno. Ad avversare la riforma delle autonomie c’è il fronte compatto di quelli che vengono chiamati «sudisti», non solo appartenenti ai falchi vicini al Presidente della Camera Roberto Fico, ma animatori di una fronda più larga in un partito che nel Mezzogiorno ha il serbatoio di consenso più ampio. Più agguerriti e connotati ideologicamente sono i parlamentari che hanno presentato, a Montecitorio, gli emendamenti non concordati al decreto sicurezza bis voluto da Salvini. Quando si prova a chiedere a esponenti del M5s chi potrebbe abbandonare i banchi grillini dopo la defezione del deputato Davide Galantino, vicino all’ultima espulsa Veronica Giannone, la risposta è che bisogna guardare tra chi ha presentato gli emendamenti al dl sicurezza bis. Si tratta dei deputati Luigi Gallo, Doriana Sarli, Vittoria Casa, Rina De Lorenzo, Jessica Costanzo, Carmela Grippa, Elisabetta Barbuto, Dalila Nesci, Simona Suriano e Lucia Azzolina. Senza dimenticare il fronte della Tav, caldo anche a livello locale, i numeri ballerini al Senato e i malumori dei sottosegretari in odore di rimpasto.