ROMA – L’Italia è il Paese con il maggior numero di siti Unesco del mondo e 5.000 tra musei e siti visitabili, eppure la cultura non gioca ancora il ruolo che dovrebbe nella nostra società. Abbiamo meno diplomati e laureati che nel resto dell’Europa, leggiamo meno libri e soprattutto rimaniamo un Paese bloccato, nel quale i livelli superiori dell’istruzione sono preclusi a chi non proviene dalla classe sociale giusta. E’ l’Italia che emerge dal Rapporto sulla Conoscenza, pubblicato per la prima volta dall’Istat. L’Italia, spiegano gli autori dello studio, Giovanni Alfredo Barbieri e Andrea de Panizza, è un’economia industriale “ad alto reddito ma anomala, perché caratterizzata, a confronto con le altre maggiori economie europee, da livelli di istruzione e competenze modesti, ancorché crescenti”.

“Siamo un Paese poco istruito – dice de Panizza – dopo di noi ci sono solo Spagna, Portogallo e Malta. Sul numero di diplomati restano 17 i punti di distacco rispetto alla media europea. Siamo un Paese che ha fatto enormi progressi nella quota di laureati, ma restiamo distanti da Francia e Spagna, mentre siamo prossimi alla Germania”. Un divario, quello rispetto a Francia e Spagna, che secondo de Panizza risiede nella mancanza di corsi di formazione superiore “che sono stati appena introdotti con gli Its”. Un recupero vistoso nei confronti internazionali è stato, invece, ottenuto rispetto alle competenze di base, “saper leggere, scrivere e far di conto”, anche se guardando ai dati Invalsi risulta “un divario enorme tra chi fa il liceo, chi fa il tecnico e chi il professionale”.

E proprio il liceo, rispetto agli altri istituti d’istruzione secondaria, rappresenta la linea di demarcazione che già a 13 traccia la strada di chi andrà all’università e chi invece dovrà accontentarsi al massimo del diploma: “Era già noto anche da altre indagini che in Italia è molto più facile laurearsi per i figli di laureati. – rileva Barbieri – Quello che emerge da questo rapporto è che già a 13 anni i giochi sono fatti, perché i figli di laureati vengono spinti ad andare al liceo, tutti gli altri invece vengono iscritti agli istituti tecnici o ai professionali, ed è più difficile per loro al termine del percorso iscriversi e completare l’università”. I dati sono impietosi: nel 2016, ha conseguito un diploma liceale (tipicamente propedeutico all’università) quasi il 60% dei diplomati con genitori laureati, il 30% di quelli con genitori in possesso di un titolo di istruzione secondario superiore e appena il 21% dei figli i cui genitori hanno al più la licenza media.

Eppure la laurea fa una grande differenza, sia nella qualità dell’occupazione per chi approda a un lavoro dipendente, sia per gli imprenditori, che sanno fare meglio il loro lavoro se hanno competenze a livello universitario. L’analisi condotta sull’intero universo di piccole imprese (fino a 49 addetti) mostra che dove gli imprenditori sono più istruiti, a parità di settore, dimensioni e localizzazione geografica, anche i dipendenti tendono ad avere unlivello di istruzione più elevato: in media, ogni anno di scolarizzazione in più dell’imprenditore corrisponde a 1,3 mesi di istruzione in più per ciascun dipendente.

Quello che più conta, l’istruzione di imprenditori e dipendenti è associata positivamente alla performance delle imprese: la dinamica del valore aggiunto è più favorevole, i salari sono migliori e, soprattutto, i tassi di sopravvivenza sono più elevati. In quest’ultimo caso, nel periodo 2011-2015, caratterizzato da una mortalità molto elevata delle imprese esistenti, per ogni anno d’istruzione in più degli imprenditori si è osservato in media un miglioramento del 5% nel tasso di sopravvivenza delle imprese e un ulteriore miglioramento di circa il 3% per ogni anno d’istruzione della media dei dipendenti.

Anche il livello di istruzione dei dipendenti è risultata associata sia alla scelta di adottare le tecnologie dell’informazione sia al comportamento innovativo. Dall’analisi dell’Istat risulta che ogni anno di istruzione in più degli addetti nel 2015 aumenta di quasi il 30% la probabilità di adozione di applicativi di gestione generale, di circa il 20% quella di software di gestione dei rapporti coi clienti e di poco meno il 25% quella di avere realizzato innovazioni combinate materiali (di prodotto o processo) e immateriali (organizzative o di marketing). Inoltre, si riflette in una differenza pari a circa il 6% sulla percentuale di addetti che utilizzano computer nell’attività lavorativa.

Più in generale, il livello di istruzione delle persone influisce sulla loro partecipazione al mercato del lavoro, sulle possibilità di occupazione e sui redditi. In Italia, nel 2016 il tasso di occupazione delle persone tra 25 e 64 anni con istruzione terziaria (laurea e titoli assimilati) è al 79,8% contro il 51,2% delle persone con al più un titolo secondario inferiore. Questo differenziale di 28,6 punti – leggermente inferiore a quello dell’Ue (30,5 punti) – è scomponibile in 19,4 punti di premio per il titolo secondario superiore e ulteriori 9,2 punti per l’istruzione universitaria rispetto al diploma, e raggiunge i 40 punti percentuali nel caso delle donne. Alle differenze nei tassi d’occupazione si accompagnano, in generale, differenziali retributivi ancora più rilevanti: in Italia, il divario tra gli individui con istruzione alta e istruzione media nel 2014 è pari al 48,3%, quello tra individui con istruzione media e bassa al 21,4%.