ASCOLI PICENO – E’ italianissimo, ma fino alla scorsa estate aveva giocato sempre all’estero, tra Inghilterra, Belgio e Romania. Davide Petrucci a 17 anni militava nelle giovanili della Roma, poi lo prelevò il Manchester United e da lì cominciò a girare. Dodici anni dopo il regista dai piedi buoni non ha resistito al richiamo della patria accasandosi ad Ascoli: ottimo rendimento nella prima parte di stagione, finché il Coronavirus non ci ha messo lo zampino.

Petrucci, come se la passa in questo periodo surreale?

“Sono a Grottammare, con me c’è il mio cane Max. Non torno a Roma da un paio di mesi, i miei genitori, Stefano e Patrizia, sono a San Basilio, il quartiere in cui sono nato e vissuto, così come mio fratello Danilo”.

Lei fa parte di una famiglia di sportivi: suo fratello nelle giovanili della Roma, suo cugino un ex campione di boxe, anche suo padre un pugile. Quanto pesa l’inattività?

“In questo periodo il vero leone in gabbia è mio padre, abituato a correre 100 Km al giorno in bicicletta, ora deve usare i rulli. Ci confrontiamo continuamente, ogni giorno invio a papà i video dei miei allenamenti”.

Cosa le manca di più?

“Del calcio mi mancano il toccare la palla in campo, le risate di spogliatoio, la partita, il calore del pubblico. Nella vita privata mi manca abbracciare i familiari, stare con loro; proprio ora che sono tornato in Italia, dopo 12 anni all’estero, avrei potuto essere più presente in famiglia, invece è accaduto tutto questo. Ma è un’emergenza globale e lo dico con una visione ampia del problema, avendo giocato in Inghilterra, Belgio, Turchia, Romania”.

Cosa ne pensa se il campionato dovesse coincidere con l’anno solare?

“Sono abituato perché in Romania, per evitare le bassissime temperature invernali, giocavamo in estate. In Italia l’estate è molto calda, quindi la formula che abbiamo avuto finora è quella più sostenibile, però in caso di necessità. Vediamo cosa decideranno le autorità competenti”.

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