Francesco lo dice chiaro: il malato non si abbandona mai, ma le cure non devono sfociare nell’accanimento terapeutico. La posizione della Chiesa, definita da tempo, trova ora dei contorni molto definiti nella pastorale del Papa, che sollecita chi amministra le cure a un “supplemento di saggezza”, gi evocato 60 anni fa da Pio XII.

Ieri il Papa, nel messaggio ai partecipanti al meeting europeo della World Medical Association in corso in Vaticano e promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, guidata da monsignor Paglia, ha detto che moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verr in seguito definito “proporzionalit delle cure”. Si ribadisce quindi quanto gi stabilito nel 1980 dalla Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede: l’aspetto peculiare di tale criterio che prende in considerazione il risultato che ci si pu aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. Per Bergoglio oggi, in particolare, pi insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Lo sguardo del Papa verso i progressi fatti dalla medicina e dalla scienza, che oggi, annota, assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacit terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. E oggi anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre pi efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Queste posizioni – che giocoforza si innestano anche nel dibattitto di politica interna sulla legislazione relativa al fine vita, che, hanno ricordato i senatori a vita Cattaneo, Monti, Rubbia e Piano, va varata al pi presto – non sono una svolta (n tantomeno uno sguardo benevolo all’eutanasia) ma certamente rappresentano un risposata a interrogativi che via via emergono anche nel mondo cattolico: una voce in questo senso molto forte e autorevole fu quella del cardinale Carlo Maria Martini, che si spese molto in vita – afflitta da malattia – per affermare questi princpi, e che osserv anche su se stesso nella sua fase finale della vita. E questa linea il Papa, che insiste: una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo pi contrastare. Del resto lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica afferma che: Non si vuole cos procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Questa differenza di prospettiva restituisce umanit all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere, evidenzia il Papa. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cio compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. Nel suo discorso Francesco ammette che non sempre facile e non sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato: Quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Serve quindi – e qui attinge al vissuto da gesuita e al metodo ignaziano – un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. E inoltre, non va dimenticato che nel percorso di cura e accompagnamento il malato a rivestire il ruolo principale, ad assumere le decisioni se ne ha la competenza e la capacit, a valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalit nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalit fosse riconosciuta mancante. Ovviamente tutto in dialogo con i medici.

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