Al Wajh, 5 Gennaio 2020. La prima Tappa della Dakar numero 42 è in archivio. Non lascia sensazioni forti, e per questo motivo la sensazione è molto buona. Il colpo di scena all’inizio dello spettacolo, diciamolo francamente, è inopportuno, surriscalda senza preparazione, manda in fermento la scaletta dello show prematuramente, e presuppone che sia solo l’inizio. Diciamo che il colpo di scena appena ti metti a sedere è quella cosa che ti spingerebbe ad alzarti e a abbandonare il teatro. Fondamentalmente non è la scintilla dello spettacolo, è solo una grande delusione.

Troppe volte star e favoriti sono stati tagliati fuori dalla lotta per il successo che non avevano ancora scaldato motori e braccia, lasciando di stucco e l’amaro in bocca. Ricordate quando la macchina di Al Attiyah prese fuoco in Paraguay alla prima specialina? Quando il nostro idolo si è rotto il braccio che non era ancora uscito dal Senegal? Senza andare troppo lontani, che effetto vi fa la macchina di Romain Dumas bruciata, neanche troppo distante da Jeddah?

È importante, io direi perfetto, che il primo giorno non succeda nulla o quasi. Che si delinei vagamente una situazione senza incidere pesantemente sul suo sviluppo. È la situazione ideale, invece, per gustarsi l’avvio e le grandi novità.

Senza voler ricordare che l’avvio della Dakar sudamericana fu addirittura tragico, fa piacere che la Jeddah-Al Wajh sia stata una bella, intensa, navigata, dura Tappa. Ma non troppo. È il miglior benvenuto, e i Concorrenti se ne sono accorti, e si sono goduti il lungo momento.

Colpi di scena… contrari

Al contrario, sono belli i colpi di scena… contrari. È bellissimo che un Pilota sconosciuto, un privatone cliente che la sua squadra neanche l’ha messo in elenco, con una macchina buona ma non l’ultimo grido, abbia improvvisamente preso le misure con una stessa Gara in una Terra sconosciuta e abbia vinto, dopo cinque anni di tentativi, la sua prima Tappa. In barba ai fenomeni, ai miti che si chiamano Peterhansel, Al Attiyah, Sainz, Vaidotas Zala, un lituano di 32 anni, ha realizzato un sogno di pochi al mondo, tutto sommato.

Zala ha fatto di più, se lo metterà in cornice sul caminetto della sua fredda Terra. Ha vinto la prima Tappa, l’evento inaugurale della prima Dakar del 3° capitolo, la prima in Arabia Saudita. È nella storia.

Mi sono piaciute anche certe “delusioni”, sintomatiche in realtà di un assetto perfetto d’inizio gara. C’è, per esempio, chi è rimasto deluso dal ritardo, e dal settimo posto a quasi sei minuti, di Joan Barreda. Ma magari! Barreda è noto per essere riuscito a rovinare tutto quando aveva tutto in pugno, per essersi lasciato scivolare tra le dita come granelli di sabbia fina grandi opportunità. Quante volte gli hanno detto: “Tu puoi dare un giro a tutti, basta che lo faccia nel momento opportuno, quando serve, non quando sei già mezzo giro avanti!” Quindi cinque minuti non sono nulla, e se questo è il Barreda che verrò, state attenti perché è un Barreda inedito.

Splendida delusione anche per Toby Price, che non si aspettava di vincere la Tappa e che quindi dovrà aprire la pista in quella successiva, di fatto mettendo subito in vendita i suoi due minuti di vantaggio. Poi Toby si guarda il polso destro, quello che è stato la sua croce lo scorso anno, lo muove leggero, sorride (in realtà non ha mai smesso di sorridere): “Ero assai più deluso un anno fa!”.

Qualcuno si chiede se Fernando Alonso e Marc Coma sono contenti oppure sono… delusi. Ve lo dico subito. Alonso è contento. Oggi sa di valere la top ten della Dakar. Non è poco. Anzi è molto. Marc lo sapeva già, e di solito un decimo posto lo avrebbe fatto sorridere come un topo in forno. Ma stasera no, birra per tutti. Ops, un tea alla menta, prego!

Guerra pacifica

La situazione è appena delineata. È KTM contro Honda da una parte, e Toyota contro Mini dall’altra. Al Attiyah ha tutte le sue carte ancora da giocare, “Peter” e Sainz pure. Forse un po’ indietro Giniel De Villiers e Nani Roma, ma non abbastanza da mollare la presa.

Il bello dell’equilibrio sportivo di questa Dakar è che il punto di maturazione, tecnica, agonistica e Tattica, è stato raggiunto da tutte le compagini più forti. Questo significa che si dovrebbe poter assistere a una vera battaglia tra gentleman. E in questo senso le buone regole introdotte dalla gestione Castera saranno la benedizione.

Si temeva anche una grande delusione inziale a causa della lunghezza della prima Tappa, poco meno di 800 chilometri. si aveva paura della navigazione, della sabbia, delle dune, del freddo e anche dei trasferimenti su asfalto.

Tutto bene, per questo inizio folgorante di Dakar, tutti più o meno contenti. Italiani contenti. Anche sorpresi dalla facilità con cui si può esordire in un Paese così nuovo. Hanno pedalato, certo, ma si sono potuti godere lo spettacolo di un contesto ambientale che si rivela suggestivo. Persino i lunghi nastri d’asfalto sono stati apprezzati per la qualità della strada e per l’illuminazione.

Che volere di più dalla vita?

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