La tormentata candidatura di Marco Minniti alla guida del Pd rischia di finire prima del fischio d’inizio. L’ex ministro dell’Interno, dopo una lunga giornata di trattative e incontri, pare ormai convinto al ritiro. Motivo? Nonostante le rassicurazioni di Luca Lotti e Lorenzo Guerini, che lo hanno incontrato alla Camera, Minniti non ha ottenuto le garanzie sperate sulla tenuta del Pd. In sostanza, è convinto che Renzi voglia uscire dal partito già prima delle Europee, privandolo dunque del sostegno delle sue truppe. E che la corsa alle primarie come frontman di uno schieramento renziano risulti ormai priva di senso.

Ieri in Transatlantico è andato in scena lo psicodramma Pd. È rimbalzata la voce che Minniti avesse chiesto ai due emissari di Renzi un impegno scritto degli oltre cento parlamentari di area a non uscire dal Pd. Una richiesta che ha fatto saltare i nervi a molti renziani. Poco dopo si è diffusa una falsa agenzia Ansa che annunciava il ritiro di Minniti. L’ex ministro ha chiamato l’agenzia per chiedere una immediata smentita. In realtà era una fake news arrivata sulle chat dei Dem: che ha insospettito Minniti, perché l’ha interpretata come una pressione da parte dei renziani.

Tutti segnali di un rapporto di fiducia, anche personale, logorato ancor prima dell’inizio del congresso. Già in mattinata tirava aria di tempesta. Dopo le indiscrezioni di stampa sui dubbi del candidato, il deputato Antonello Giacomelli aveva lanciato una sorta di ultimatum: «Se entro oggi non ci sono fatti espliciti e conclusivi, da domani servirà ragionare su un nuovo assetto del congresso». Non tutti tra i renziani sono di questo avviso. C’è anche chi, come Stefano Ceccanti, lo invita a rimanere al suo posto: «Speriamo che Minniti resti candidato, un grave errore spingerlo al ritiro». Ma a sera anche il costituzionalista sembra volgere al pessimismo: «Temo che finirà male…».

Tra i renziani torna a farsi sentire con forza il nome di Teresa Bellanova, ex viceministro allo Sviluppo, pasionaria dell’ultima Leopolda, quando disse che «noi non abbiamo niente di cui scusarci», o in alternativa quelli di Guerini o Ettore Rosato. Ma è chiaro che con il ritiro di Minniti la partecipazione al congresso torna in dubbio: che senso avrebbe se il Capo vuole fare un altro partito?

Minniti si era candidato il 18 novembre, dopo settimane di difficile riflessione. Ieri sera, a meno di 20 giorni dall’annuncio, è tornato a riunirsi con i suoi fedelissimi, a partire dagli ex senatori Achille Passoni e Nicola Latorre.«In queste condizioni non ha senso andare avanti, rischiamo di prendere il 20%», lo sfogo. La riunione è servita per mettere a punto la exit strategy da una partita in cui si era buttato con la convinzione di poter dare una mano a tenere unito il partito, correggendo gli errori dei governi Pd ma senza abiure. Missione impossibile, nonostante l’impegno sincero di alcuni sindaci, come quello di Pesaro Matteo Ricci. «Tra gli altri candidati alle primarie prevale la preoccupazione per la gravità della situazione. «Spero che qualcuno non abbia deciso di distruggere il Pd e stia giocando a un gioco macabro», avverte Nicola Zingaretti. «Distruggerlo ora o puntare a dividere il Pd credo sia un immenso regalo al M5s e a Salvini. E uno sputo in faccia a milioni di elettori». Ironico Francesco Boccia: «Fidarsi di Renzi?È un ossimoro».