Roma, 11 settembre 2019 – Senatores probi viri , Senatus mala bestia (i senatori sono uomini perbene, ma il senato è una cattiva bestia). La giornata passa sonnacchiosa, come di solito accade, a palazzo Madama, tra stucchi, busti e arazzi che mettono soggezione a tutti, anche nel giorno in cui il Conte II debutta e incassa la fiducia. Certo, la Lega fa un po’ di show, in aula e fuori, al grido “Elezioni! Elezioni!”, specie quando intervengono i dem e i grillini, mentre a Conte riserva gli epiteti di “Traditore! Traditore!”, ma poco di più.

Governo, dopo la fiducia si stringe sui sottosegretari

Solo la leghista emiliana, ex sottosegretario, e candidata alle prossime regionali, Lucia Borgonzoni, crea un discreto parapiglia perché, mentre interviene, si toglie la giacca da cui spunta una t-shirt con la scritta “Parliamo di Bibbiano”. Proteste, cori, urla, ma la cosa muore lì, in una goliardata. Salvini tiene un discorso assai infuocato (“Siete minoranza nel Paese, siete il governo delle poltrone e della paura”), attacca e irride il premier che chiama ‘Conte-Monti’, ma è stanco. E lo si vede quando fa un salto alla buvette: la barba è folta e incolta, la cravatta slacciata, pure un peso massimo come il collega Mario Borghezio (abbronzatissimo) è più in forma. Conte gli replica duro e secco (“Assegnare ad altri le proprie colpe non è da leader”), ma insomma, nulla di che. Renzi non interviene e, tranne un rapido passaggio alla Buvette per schernire i cronisti (“Se faccio un partito mio? Boni, boni, aspettate, è presto…”), ascolta il discorso di Salvini, poi si apparta con il ministro Franceschini su un tema assai più urgente: le quote da spartire tra le varie correnti interne sui 19 sottosegretari che spettano al Pd. Di Maio non c’è, ad ascoltare Salvini, che invece si rituffa in aula a sentire i dissenzienti dai partiti altrui. Il resto della giornata scorre via tranquilla. Al Senato, che è assai piccolo, sono (quasi) tutti amici. Renzi scherza con Grasso, i grillini fanno festa a Speranza, la Bellanova è circondata dall’affetto di tutti.

Il Conte II ha dunque, da ieri, la fiducia di entrambe le Camere. I numeri e i paragoni con il recente passato, però, non sono esaltanti: l’altro ieri, alla Camera, erano stati 343 i voti favorevoli contro i 350 del Conte I (-7). Ieri, al Senato, resta due voti sotto il Conte I. Il presidente del Senato legge i risultati che qui vengono raccolti ancora a mano, dai funzionari: “Presenti 308. Votanti 307. Quorum 152. Astenuti 5. Favorevoli 169. Contrari 133”. Un anno fa, per la maggioranza gialloverde, i sì erano stati 171.

Mancano ll’appello in diversi, a partire dai 5 astenuti, tre sono gli altoatesini dell’Svp, uno è Paragone (M5s), uno Richetti (Pd) che è in procinto di lasciare il gruppo. Ma la somma di Pd+M5S+LeU, sulla carta composta da 160 voti, manca anche di due assenti pentastellati non giustificati (Ciampolillo e De Bonis), si giova di pochi innesti politici (i tre senatori delle Autonomie Bressa, Casini e Laniece, il socialista Nencini, due ex M5S ora al Misto, due del Maie) e, soprattutto, dell’apporto di ben tre senatori a vita. Con Piano, Rubbia e Napolitano assenti (l’ultimo per ragioni di salute) sono Mario Monti, Elena Cattaneo e Liliana Segre – che festeggia il suo 89 compleanno con un bel discorso – a tenere il governo sopra la soglia dei 166 voti di sicurezza. Ma, come si sa, i senatori a vita, in Senato, ci vanno poco.

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