Formula 1: perché gli italiani scarseggiano?

Italiani, poca gente. Almeno se si parla di F.1. La stagione 2019 ha visto al via, al volante dell’Alfa Romeo Racing, Antonio Giovinazzi. Con lui torna il tricolore in pista dopo una assenza di 8 anni. Giovinazzi sarà presente in pianta stabile nel circus iridato e se si esclude la breve apparizione al volante della Sauber nei due GP del 2017 (Australia e Cina) il digiuno di piloti italiani in F.1 è qualcosa che si fatica a spiegare. Se poi si guarda l’albo d’oro del mondiale, dal 1950 ad oggi a parte Ascari e Farina agli albori, non abbiamo avuto più un campione del mondo. Gli unici che ci andarono vicini furono Alboreto e Patrese.

Negli ultimi 25 anni i successi italiani in F.1 sono legati ai nomi di Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli. Un quarto di secolo in cui l’automobilismo italiano non ha partorito nulla eppure non sono mancati i piloti di talento, ragazzi con qualità estreme ma sacrificati all’altare della politica e degli investimenti economici. Partendo da queste considerazioni Jarno Trulli fa una analisi spietata del sistema F.1 italiano: “Diciamo che la presenza o assenza di piloti italiani rispecchia lo stato della Nazione Italia – dice il pilota abruzzese – per correre servono investimenti notevoli, un progetto a lungo termine con dispendio di soldi. La F.1 attuale macina soldi a profusione, un pilota che porta sponsor rischia di vedersi chiudere gli accessi anche se dispone di 10 milioni di euro. Mi dite in Italia chi ha una somma simile da investire? Non lo fa nessuno in altri campi industriali, figurarsi per una attività sportiva come la F.1. L’Italia e i piloti italiani non sono appetibili dal punto di vista commerciale e questo spiega perché tanti bravi piloti sono stati bruciati o non sono arrivati in F.1. Gli italiani nel kart sono i migliori piloti al mondo, da anni. Poi man mano che sali di categoria, spariscono. Mi spiegate perché? Poi vedi piloti di altre nazioni che hanno alle spalle i loro Paesi, investimenti e programmi a lungo termine e fai il confronto con i nostri e capisci tante cose”.

Jarno Trulli, in F1 dal 1997 al 2011

Jarno Trulli, in F1 dal 1997 al 2011

Quindi l’Italia non attira investimenti, la nazione è bloccata da altri problemi e i volanti in F.1 costano cari, per cui senza appoggi non si va da nessuna parte. Ma allora Giovinazzi come ha trovato posto? Lo spiega Giancarlo Fisichella: “Perché esistono per fortuna delle eccezioni come accaduto a me e Trulli – dice il pilota romano impegnato nel GT con la Ferrari – abbiamo trovato gente che ha creduto nel nostro talento e ci ha aiutato. Lo stesso per Giovinazzi che ha sempre corso all’estero e che ha potuto contare sul supporto di uno sponsor indonesiano, più per amicizia che per interessi personali, e sulla visione di Sergio Marchionne che lo ha fortemente voluto con sè. Se oggi, dopo 23 anni, io sono il pilota più vincente fra gli italiani dell’ultimo quarto di secolo, è segno che dopo è mancato qualcosa e quel qualcosa sono le aziende che supportano i piloti, mentre all’estero hanno pure le Nazioni che li aiutano”.

Secondo Vitantonio Liuzzi, il terzo portacolori italiano dell’ultimo quarto di secolo, la colpa forse è un po’ anche nostra: “A noi non vengono perdonati gli errori, vengono amplificati a dismisura non c’è quel clima di supporto che ad esempio all’estero hanno per i loro piloti. Se poi si aggiunge che non possiamo contare su appoggi politici nelle squadre di vertice, il quadro è presto fatto”. Chiarite le cause del perché dopo 25 anni siamo rimasti fermi ancora a Fisichella, Trulli e Liuzzi (con pieno merito visto che sono stati piloti che in F.1 sono stati dei punti di riferimento per tutti) che consigli dare ad Antonio Giovinazzi?

Comincia Giancarlo Fisichella: ” Deve far bene e credere in se stesso e nel proprio lavoro, deve fare risultati. Consigli: andare forte di sicuro, se riesce a stare davanti a Raikkonen è meglio, perché Kimi è un punto di riferimento per tutti, un campione del mondo. Però se non dovesse farcela non è un dramma perché Raikkonen è uno che va forte, cosa importante è tenersi un margine in tasca, quel decimo o due che gli consenta di finire le gare, di non uscire di pista e fare punti. Almeno nelle prime gare della stagione è importante, non deve ritirarsi o rompere la macchina, questo deporrebbe a suo sfavore. Quindi il compromesso è andare più forte che può ma non tanto da essere al limite, finire le corse e fare esperienza, poi nella seconda metà di campionato può dare tutto, sempre sperando che la macchina sia competitiva”.

Giancarlo Fisichella, in F1 dal 1996 al 2009

Giancarlo Fisichella, in F1 dal 1996 al 2009

Secondo Trulli Giovinazzi deve stare attento a non fare errori: “Sopratutto nelle prime 4 o 5 gare. Dovrà assimilare tutto, imparare e far vedere che sta crescendo. Poi dovrà dare il massimo, fare di tutto per stare davanti a Raikkonen, un campionissimo e un punto di riferimento. Nelle prime gare non dovrà fare errori, ritirarsi per incidenti o cercare di stare davanti a Raikkonen. Deve progredire, prendere le misure. Poi o la va o la spacca dandoci dentro. Perché la F.1 non ti dà il tempo di crescere, devi far vedere che ci sei. Altrimenti sei bruciato”. Vitantonio Liuzzi ha una visione simile: “Dovrà dare il 120 per cento in tutte le gare. Il suo riferimento è Raikkonen per cui prima dovrà assimilare tutto da Kimi, diciamo rubargli i segreti del mestiere, e poi provare a batterlo, nei tempi in prova e ritmo in gara. Solo così potrà sperare di restare a lungo in F.1. Credo ce la possa fare perché è bravo e la macchina competitiva”.

Gli ultimi piloti italiani sono tutti del centro sud Italia, una volta arrivavano in prevalenza dal nord, come mai? “Semplice – dice Liuzzi – al sud siamo disagiati e abbiamo più fame, siamo abituati ai sacrifici e questo spiega perché l’ultima generazione di piloti italiani proviene da Lazio, Abruzzo e Puglia”. Gli fa eco Trulli: “Se non avessi trovato Gianni Bianchi, che mi offrì di correre in F.3 in Germania senza spendere un soldo, oggi probabilmente sarei a zappare la terra fra Pescara e Francavilla”. Fisichella: “Avere talento non basta, noi italiani l’abbiamo, ci vuole chi ci creda e ci supporti”.