Facebook e Google continuano a sforzarsi per limitare la circolazione di notizie false, ma probabilmente sarà un investimento a perdere. Tutte e due le aziende si propongono (anche) come punto focale per l’informazione di ognuno di noi. Ed entrambe, inevitabilmente, ci mostrano anche le famigerate fake news.

Google ha bloccato 200 editori dopo averli identificati come falsari di notizie; non potranno più guadagnare tramite la rete pubblicitaria AdSense, né usarla per promuovere i propri contenuti. L’azienda di Mountain View inoltre nel 2016 ha rimosso la bellezza di 1,7 miliardi di annunci, perché violavano le semplici norme sull’onestà e la trasparenza della pubblicità. Nel 2015 erano stati meno della metà.

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Facebook invece ha deciso di rivedere ulteriormente l’algoritmo per i trending topics; in passato il social network aveva messo in bella mostra notizie false, e si ritiene che questo abbia avuto conseguenze anche molto serie – spostando le intenzioni di voto negli USA. Ci riproveranno con un controllo più preciso, e con persone in carne e ossa impegnate a verificare i fatti.

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Già, i fatti. Chi studia giornalismo prima o poi deve rispondere a una semplice domanda: che differenza c’è tra fatto e notizia? Il fatto dovrebbe essere qualcosa di indiscutibile, mentre la notizia è la storia che ci si ricava sopra. Si può raccontare di un incidente stradale per esempio, sottolineando che l’investito era un padre di famiglia, oppure che alla guida ci fosse uno straniero. La notizia, dunque, è una questione di scelta editoriale, un racconto forgiato con le convinzioni dell’autore e i capricci dell’editore. Lo è anche questo articolo naturalmente. L’oggettività nella notizia non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai; il fatto è, d’altra parte, qualcosa di più neutro, asettico in un certo senso.

Allora cosa sono le notizie false, che interessano così tanto a Facebook e Google? Sono notizie non veritiere, articoli che raccontano fatti inesistenti. A volte sono facili da riconoscere, a volte invece no. Alcuni di noi sono “vaccinati” e le ignorano, persino si prendono la briga di verificare e bacchettare chi le ha pubblicate. Altri ci cascano con tutte le scarpe, commentano con emozione (dall’esaltato all’indignato secondo il momento), condividono con i loro amici, twittano, ripostano, sharano, endorsano … il quadro è quello.

Una notizia falsa può essere molto potente: può portare milioni di persone a compromettere la salute dei propri figli e di tutta la popolazione, può spingerci a odiare qualcuno, può farci venire voglia di votare un candidato invece di un altro, può farci pensare che le prove scientifiche siano opinioni di cui discutere. È un potere, questo, che sottovalutiamo sempre.

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A proposito di candidati, l’argomento è diventato ancora più scottante nei giorni scorsi: un portavoce di Donald Trump ha sfacciatamente mentito in pubblico, e una sua sostenitrice lo ha difeso con grande creatività. Ora abbiamo i fatti e i fatti alternativi; la lingua ci permette sempre una scappatoia, in questo caso per non dire cose come falso o menzogna – c’è già una pagina Wikipedia dedicata a questa affascinante novità. Succede anche in Italia, di continuo, a opera di politici o semplici opportunisti – siti che fanno un sacco di soldi per poco tempo grazie alla viralità delle fake news, poi spariscono, poi ricompaiono con un altro nome.

È così intenso questo momento che è nata persino una nuova definizione: secondo alcuni siamo nell’epoca della Postverità (Post Truth). Che potete pure chiamarla “una marea di baggianate”, ma è qualcosa di più sottile, più infido, più velenoso e più pericoloso. Se poi abbiamo governanti che proibiscono agli scienziati di diffondere informazioni provate, allora non può sorprendere che qualcuno stia ricominciando a comprare 1984 di George Orwell.

Facebook e Google un po’ ci guadagnano, con tutti quei milioni di click e di condivisioni. Ma un po’ ci rimettono, se la gente comincia a dire che sono loro i responsabili, ed ecco perché le due aziende stanno cercando di cambiare ritmo: vogliono mantenere attivo il flusso di denaro, ma vogliono anche evitare di essere affossati in futuro; sono equilibristi su un filo sottile.

Ma c’è un ma. C’è quella scimmia orgogliosa, quella che sotto sotto ama il conflitto con le altre scimmie, che adora puntare il dito contro i loro errori, che è pronta a colpire per uccidere pur di negare i propri. Siamo noi che ci beviamo anche le balle più ovvie, quelli che si fanno spaventare da una parola. Siamo noi quelli che, come diceva Mark Twain, è facile ingannarli ma è difficilissimo convincerli che qualcuno li ha presi per il culo.

Siamo noi che le scie chimiche, che l’autismo e i vaccini, che i soldi e la patente agli immigrati. Siamo quelli che ormai si accontentano: se ai tempi di Andy Wharol tutti avevano diritto a 15 minuti di fama, all’inizio del XXI secolo tutti crediamo di aver diritto a un’opinione, a urlarla in cambio di una manciata di like. Cosa possono mai fare Google e Facebook di fronte a quest’inarrestabile carica di mediocrazia? La risposta dovremo cercarcela con attenzione, schivando le bufale e le stronzate che ci pioveranno addosso.