Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, affronta la rabbia degli operai dell’ex Ilva e, prendendo parte al consiglio di fabbrica permanente di Fiom, Uilm e Fim, dentro l’impianto gestito da ArcelorMittal, chiama i lavoratori all’unione per portare avanti “una battaglia” per il lavoro e la salvaguardia della salute degli abitanti di Taranto. “Si può fare impresa se si crea un rapporto solido con gli stakeholders in un clima convincente, persuasivo sotto tutti i punti di vista – ha detto agli operai che lo hanno incontrato all’interno della struttura – Il nostro interlocutore va via perché dice che non c’è sostenibilità sul piano economico e noi dobbiamo creare le premesse per un’attività produttiva perfettamente consonante con la comunità locale. Ma non significa che diciamo a Mittal che può andare tranquillamente e ce la vediamo noi. Se andrà via, comunque, ci sarà una battaglia legale e saremo durissimi“, promette il premier.

La scelta di presentarsi davanti ai cancelli dell’ex Ilva ha raccolto il sostegno di gran parte delle forze politiche, anche di opposizione. “Non sarò mai dalla parte di Conte – ha dichiarato il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri – ma andare a Taranto tra la gente è stata una scelta giusta”. Così come la considera l’alleato di governo Nicola Zingaretti, convinto che “è importante che chi sta trattando lo possa fare sentendosi dietro la solidarietà di una maggioranza che sosterrà le azioni più utili a far far sì che l’azienda possa continuare a gestire questo sito”.

Ed è proprio l’unione quello che Conte ha chiesto agli operai durante il colloquio: “Voglio che tutti insieme – ha aggiunto – si combatta questa battaglia, non solo gli avvocati. Il primo segnale da dare è l’orgoglio del sistema Italia. Se investi in Italia sei il benvenuto, partecipi alla gara, offri le migliori condizioni, ti aggiudichi la gara, sottoscrivi il contratto, presenti il piano ambientale, industriale e occupazionale, ma poi lo rispetti. Non sono passati dieci anni, questa è la prima stortura. Noi siamo il sistema Italia, noi ci facciamo rispettare“.

Ma ha avvertito: “Io non sono un venditore di fumo, un superuomo, un fenomeno. Non c’è una persona, un governo che può risolvere da solo tutto”. Poi ha voluto fare un parallelo con la situazione che ha vissuto da presidente del Consiglio, con un’altra maggioranza, dopo il crollo del ponte Morandi di Genova. “Come ho detto a Genova per la ricostruzione del ponte Morandi, da qui può ripartire il rilancio di un’intera comunità. Questa è la determinazione del governo”, ha detto prima di congedarsi con una promessa: “Tornerò”.

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I prossimi passi: “Stiamo valutando il futuro dello stabilimento”

Tra i lavoratori che hanno incontrato Conte, molti hanno chiesto quali fossero i prossimi passi e quali strade il governo ha intenzione di percorrere. “Dobbiamo cambiare registro e in questa vertenza cercheremo di essere duri come richiede il momento – ha risposto il capo del governo – Ma allo stesso tempo vi anticipo che è avviata la cabina di regia e ci confronteremo costantemente. Dobbiamo acquisire tutti i finanziamenti, cercarne altri e avere contezza del raggio di operatività. Dobbiamo valutare il futuro di questo stabilimento che dovrà essere socialmente responsabile“.

Sul doppio binario da percorrere, il premier ha più volte ripetuto che la questione occupazionale non può prescindere da quella legata alla salute e viceversa: “Se eserciti attività economica – ha continuato – non puoi non preoccuparti delle condizioni di lavoro, di tutte le persone che ci sono dentro, della salute, della sicurezza, della riqualificazione, della formazione continua. Non puoi non preoccuparti di impatto ambientale”.

Parlando del confronto avuto al suo arrivo nello stabilimento con cittadini e rappresentanti di movimenti e associazioni che invocano la chiusura della fabbrica, Conte ha detto di essersi ben accorto che “la città è ferita. C’è una comunità di persone che non vuol sentir parlare di questo stabilimento. Lì fuori sono stati durissimi. Li ho fatti parlare tutti. Quando si crea una frattura storica c’è preoccupazione che poi diventa angoscia e se non si interviene diventa rabbia. Qui fuori c’è rabbia e hanno ragione”.

Questo ha confermato, ha detto continuando, la sua convinzione secondo la quale “le imprese che operano in in termini di responsabilità sono quelle che riescono a competere. Un’impresa che non riesce a dialogare con la comunità in cui opera non ha un futuro. Noi porteremo una serie di progetti per Taranto. Avevamo già stanziato somme ingenti per questa comunità, dobbiamo lavorare a tutto tondo. Verrà qui un corso su prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro, dobbiamo portare qui innovazione, dobbiamo recuperare i presidi ospedalieri, dobbiamo investire in cultura. Non si può pensare a un solo progetto, dobbiamo raccogliere tutte le iniziative e portare nuove tecnologie”.

La protesta degli ambientalisti: “Più morti che nascite”

Molti di quelli arrivati davanti all’ex Ilva sono cittadini del vicino quartiere Tamburi, quello maggiormente interessato dalle polveri presenti nell’aria: “Qui ci sono più morti che nascite”, ha detto una madre. “Abbiamo fiducia nelle istituzioni ma non fatela perdere a noi”, ha continuato un altro. “Questa città richiede altro – ha detto poi un’altra persona – perché continuate a insistere su questa fabbrica”. Il presidente del Consiglio si è fermato con alcuni e ha cercato di riportare il tema sul lavoro. A un contestatore ha poi detto: “Togliti il cappuccio, io vengo qui senza maschera”.

Sciopero fino a sabato mattina

Lo sciopero indetto da Fim, Fiom e Uilm è iniziato venerdì mattina alle 7 nello stabilimento siderurgico di Taranto e negli altri siti del gruppo ArcelorMittal. Decine di lavoratori dell’appalto sono arrivati ai cancelli per protestare anche loro: trema infatti l’indotto, dai 400 dipendenti della Sanac fino ai 50 della Enetec per i quali l’azienda ha già chiesto la cassa integrazione ordinaria. I metalmeccanici chiedono “all’azienda l’immediato ritiro della procedura di retrocessione dei rami d’azienda e al governo di non concedere nessun alibi alla stessa per disimpegnarsi, ripristinando tutte le condizioni in cui si è firmato l’accordo del 6 settembre 2018 che garantirebbe la possibilità di portare a termine il piano Ambientale nelle scadenze previste”. Fim, Fiom e Uilm sostengono che “la multinazionale ha posto delle condizioni provocatorie e inaccettabili e le più gravi riguardano la modifica del Piano ambientale, il ridimensionamento produttivo a 4 milioni di tonnellate e la richiesta di licenziamento di 5mila lavoratori, oltre alla messa in discussione del ritorno a lavoro dei 2mila attualmente in Amministrazione straordinaria”. Oggi intanto ArcelorMittal ha ricevuto l’assist di Moody’s che ha avvertito la multinazionale: “Necessaria un’uscita ordinata dal mercato italiano” per preservare il rating e il suo outlook.

Patuanelli: “Nazionalizzare? Non vedo perché parlare di rischio”

“Non vedo perché parlare di rischio. Credo sia stato storicamente un errore privatizzare il settore della siderurgia, che era un fiore all’occhiello e di cui oggi rimane un unico stabilimento”, ha affermato il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, rispondendo, in un’intervista a La Repubblica, sul rischio di una nazionalizzazione dell’ex Ilva. “In questo momento – sottolinea – la priorità del governo è far sì che ArcelorMittal rispetti gli impegni presi. Questo è il piano A, il piano B e il piano C e per questo ho richiamato il Parlamento, le forze sociali e tutte le componenti istituzionali del Paese a un senso di responsabilità che deve far percepire all’imprenditore la presenza massiccia del sistema Italia”.

“Il tema dello scudo – ha aggiunto Patuanelli – non c’è più. Come governo abbiamo dato subito all’azienda la disponibilità a reinserirlo, per togliere ogni alibi. Ma ArcelorMittal ha detto che anche se risolvessimo, oltre a quella, le altre questioni collaterali, la banchina e l’altoforno 2, la produzione sarebbe comunque di 4 milioni di tonnellate annue. Con 5mila esuberi. È inaccettabile”. Intanto in mattinata Jindal ha negato l’interesse a subentrare alla multinazionale, nuovamente rilanciato da alcuni quotidiani anche se il gruppo indiano si è appena impegnato in Asia per un investimento da 2,8 miliardi di euro.

Intesa sospende prestiti e mutui dei lavoratori: “Concreto sostegno”

Intesa Sanpaolo, che era nella cordata di ArcelorMittal in fase di gara, sospenderà le rate di mutui e prestiti dei dipendenti dell’ex Ilva e dei fornitori suoi clienti per un periodo fino a 12 mesi, raccogliendo la proposta della Fabi. “Intesa Sanpaolo vuole dimostrare la propria vicinanza ai dipendenti ex Ilva e delle aziende fornitrici e alle loro famiglie in questo momento di seria difficoltà”, spiega Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo. “Abbiamo ritenuto che la sospensione di mutui e prestiti fosse un intervento di concreto sostegno per le persone e le comunità locali nell’attuale situazione. L’attenzione alle dinamiche e alle esigenze sociali dei territori è per noi uno dei capisaldi del nostro modo di fare banca”, osserva ancora.

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