LUGANO – Sergio Ermotti, ceo di Ubs, ha incrementato, nel 2017, il suo stipendio di mezzo milione di franchi, poco più di 400 mila euro, finendo per incassare 14,2 milioni. Che in valuta unica fanno 11 milioni e mezzo. Ermotti si conferma, in tal modo, il top manager più pagato della Confederazione. Questo nonostante l’utile della banca, lo scorso anno, abbia subito un calo del 63%, a causa dell’abbassamento dal 35 al 21% delle tasse negli Usa, deciso da Trump. Una mossa che nell’immediato ha portato una perdita di 2,2 miliardi di franchi, l’equivalente di 1,8 miliardi di euro, nel quarto trimestre del 2017.

“Una perdita- spiega a Repubblica il professor Giovanni Barone Adesi, docente di Finanza all’Università della Svizzera Italiana di Lugano -dovuta alla svalutazione dei crediti fiscali negli Stati Uniti”. Fatto sta che l’utile di Ubs si è contratto ma il management non ne ha risentito. Nel 2017 l’ntera direzione generale ha, infatti, percepito 99,9 milioni di franchi, cioè 2 milioni in più del 2016. Siamo, per intenderci, intorno agli 81 milioni di euro. “Tenga presente che la decisione di Trump è un evento eccezionale, che non intacca i flussi attuali della banca, quindi si può dire che Ermotti e il management di Ubs abbiano conseguito gli obbiettivi programmati”, fa presente Barone Adesi.

Tuttavia gli svizzeri, nel 2013, avevano plebiscitato, alle urne, la proposta di mettere sotto controllo i salari esorbitanti dei manager. A leggere i dati sulla retribuzione di Ermotti e del management di Ubs sembrerebbe che non sia cambiato nulla. “In realtà- dice il docente dell’Università della Svizzera Italiana -le regole approvate nel 2013 funzionano in questo modo: spetta agli azionisti decidere se un manager meriti o meno lo stipendio e il bonus decisi dal Consiglio di Aministrazione”. Lo scorso anno, nonostante numerose voci critiche, quelli di Ermotti e dei suoi dirigenti erano stati approvati.