MILANO – Ore 11:00. Alle cinque e mezza di pomeriggio, chiusura dei mercati europei, dalla Casa Bianca dovrebbe arrivare la firma sull’accordo di fase 1 tra Stati Uniti e Cina in tema commerciale. Un’intesa che comprende trasferimenti di tecnologia, proprietà intellettuale, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari ed espansione del commercio.

La Cina aumenterà significativamente le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso, uno dei punti a cui teneva maggiormente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Gli Usa dal canto loro revocheranno il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi.

Ma alla vigilia della firma è emerso che Washington non eliminerà i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi, mentre verranno ridotte al 7,5% (dal 15% attuale) le tariffe su 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Questo e altre riflessioni stanno facendo propendere i mercati, fin qui capaci di resistere anche allo scoppio della tensione Usa-Iran, per la cautela. Dice ad esempio Intesa Sanpaolo nel suo report mattutino che l’accordo “al di là della stabilizzazione temporanea dell’incertezza, non va sopravvalutato. Infatti, le questioni più controverse nelle trattative sono rimaste fuori e saranno discusse nella fase 2, con potenziali ricadute sull’incertezza nel 2021. Inoltre, anche l’accordo della fase 1 mantiene meccanismi di controllo da parte degli Usa di adempimento degli impegni da parte della Cina (con possibili rialzi dei dazi in caso di inadempienza), in occasione degli aggiornamenti periodici, almeno semestrali, che faranno parte dell’intesa”.

Bloomberg rimarca come la struttura stessa dell’intesa sia atipica per i trattati commerciali americani, in quanto permeata di un ‘dirigismo socialista’ che arriva ad indicare per filo e per segno come Pechino utilizzerà i soldi messi sul tavolo per acquistare prodotti Usa, invece di definire la cornice regolatoria e poi lasciare al mercato la libertà d’azione. Ci si chiede, soprattutto, se al di là delle imposizioni reciproche e degli ultimatum i legami economici e tecnologici tra le due superpotenze in lotta potranno mai essere un po’ più distesi e collaborativi.

Tra questi dubbi le Borse trattano deboli. A Milano, Piazza Affari si muove in leggero ribasso, in linea con gli altri mercati europei. L’indice Ftse Mib cede lo 0,4%, nonostante una Moncler capace di aggiornare i massimi storici al di sopra dei 42 euro. Torna a soffrire Atlantia: secondo indiscrezioni di stampa, il premier Conte avrebbe maturato la decisione di andare avanti con la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia. Prysmian in linea con il listino principale nonostante il contratto da 38 milioni di dollari annunciato in Messico. Incerte anche le altre Borse del Vecchio continente: Francoforte cede lo 0,15%, Parigi lima lo 0,1% mentre Londra tiene in rialzo dello 0,2%.

Questa mattina le azioni alla Borsa di Tokyo hanno chiuso in ribasso mercoledì. L’indice Nikkei dei maggiori 225 titoli ha perso 108,59 punti, ovvero lo 0,45 per cento, per chiudere a 23.916,58. Il più ampio indice Topix è sceso di 9,47 punti, ovvero lo 0,54 per cento, per terminare a 1.731,06 punti. Il governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, ha detto che non esiterà ad allentare ulteriormente la propria impostazione di politica monetaria apportando gli adeguamenti necessari per raggiungere il suo obiettivo di inflazione del 2%, anche considerando i rischi delle principali economie mondiali. Intanto un’azione è arrivata dalla Banca centrale cinese che ha iniettato 300 miliardi di yuan (39,09 miliardi di euro) nel sistema finanziario attraverso meccanismi di rifinanziamento a medio termine senza alterare i tassi di interesse, al 3,25% sui prestiti a un anno.

Sul fronte valutario, l’euro è poco mosso nei primi scambi della mattinata. La moneta unica passa di mano a 1,1130 dollari (come ieri sera di Wall Street). Nei confronti dello yen l’euro è in lieve calo a quota 122,36 yen. Avvio di mattinata in lieve calo per lo spread tra Btp e Bund. Il differenziale tra titoli di Stato segna 155 punti rispetto ai 157 di ieri in chiusura di giornata. Il rendimento del titolo decennale italiano è all’1,38%.

Gli economisti annotano poi la brusca frenata dell’economia tedesca: nel 2019 il Pil è cresciuto soltanto dello 0,6%. Molto meno del 2018 e del 2017, quando segnò rispettivamente una crescita dell’1,5% e del 2,5%. Lo ha riferito il Destatis, istituto di statistica federale. Si tratta della crescita più bassa degli ultimi sei anni. In Italia, invece, Palazzo Koch ha tracciato una leggera discesa del debito pubblico a novembre.

Con l’incertezza sul fronte azionario tornano in rialzo le quotazioni dell’oro sui mercati asiatici: il lingotto con consegna immediata guadagna lo 0,4% portandosi a 1.552,4 dollari l’oncia. Recuperano anche argento (+0,4% a 17,88 dollari l’oncia), il platino (+0,7% a 991 dollari); cala il palladio. Invece il petrolio è in leggero calo alla luce dei dati di un incremento delle scorte Usa. I contratti sul greggio Wti con consegna a febbraio cede 15 centesimi a 58,08 dollari al barile. In calo anche il Brent (-0,2%)a 64,34 dollari.