Due anni complessi, che hanno messo profondamente in crisi l’identità del colosso dei social network. Wired Usa ricostruisce le ultime vicende di Menlo Park, ritraendo sulla sua copertina un Marck Zuckerberg con lividi e cerotti, ma pronto a rialzarsi. L’inchiesta, firmata da Nick Thompson e Fred Volgestein, è stata realizzata grazie a interviste a cinquantuno persone, tra ex e attuali dipendenti della piattaforma, in un’analisi che spazia dal Russiagate all’ultima modifica dell’algoritmo.

La burrasca è iniziata con le elezioni Usa del 2016, quando Facebook fu accusato di aver diffuso notizie false contro Hillary Clinton, ed è proseguita con lo scontro con il mondo mediatico, penalizzato dalle ultime modifiche dell’algoritmo che sacrifica lo spazio dedicato ai post provenienti da brand e giornali in favore di quelli degli amici. Un meccanismo teso forse a riabbracciare lo spirito primordiale del social network – quello di connettere semplicemente tra loro le persone – che ha acutizzato le incomprensioni tra Zuckerberg e l’industria dell’editoria.

Le altre crepe che hanno iniziato a far vacillare il popolare social network vengono dai tanti ex dipendenti che hanno rivelato dettagli non proprio edificanti. Come la denuncia di Sandy Parakilas, operation manager assunto tra il 2011 e il 2012, che ha spiegato: ”Facebook dà la priorità alla raccolta dei dati degli utenti piuttosto che alla loro protezione da eventuali abusi”. Un’affermazione che evidenzia, in maniera cruciale, il controverso tema della privacy. E ancora le dure parole di Samidh Chakrabarti, responsabile per il civic engagement. Un mea culpa che ha fatto il giro del mondo: ”I social network possono mettere a rischio la democrazia, vorrei poter garantire che gli aspetti migliori avranno la meglio su quelli critici, ma non posso”, ha dichiarato Chakrabarti , riferendosi alle responsabilità di Facebook nella campagna presidenziale Usa.

La crisi della creatura di Zuckerberg, infine, è caratterizzata da una evidente fuga dei giovani dalla piattaforma, alla quale preferiscono altri lidi più liberi e meno soggetti al controllo, come Snapchat, e il calo di utenti attivi, annunciato lo scorso gennaio dallo stesso Zuckerberg: il tempo trascorso sulla piattaforma è diminuito di 50 milioni di ore al giorno negli ultimi mesi del 2017, mentre gli utenti del Nord America (184 milioni) sono scesi di 700mila unità.

”Certamente Facebook è una piattaforma social e lo sarà sempre – concludono i giornalisti di Wired – ma si è gradualmente evoluta. L’azienda si è resa conto di avere delle responsabilità che sono le stesse di un editore: la cura dei suoi lettori e la ricerca della verità. Non puoi rendere il mondo più connesso e aperto mentalmente nel momento stesso in cui lo stai danneggiando. E sembra che Facebook lo abbia finalmente capito”.