«Mi hanno avvelenata, aiutatemi». Quando il 29 gennaio scorso Imane Fadil, 33 anni, modella di origine marocchine, diventata celebre come testimone ai processi contro Berlusconi per le serate a luci rosse di Arcore, si era presentata all’Humanitas di Rozzano, non le avevano creduto subito. Di fatto però, Imane stava molto male e in pochi giorni le sue condizioni sono peggiorate finendo prima in terapia intensiva e poi i rianimazione. Secondo le indagini la modella è morta dopo “un mese di agonia”, vigile fino all’ultimo, nonostante i forti dolori e il “cedimento progressivo degli organi”. Finché il primo marzo scorso è morta.

E ora la Procura, informata una settimana fa dal legale della modella, ha comunicato di aver aperto un fascicolo per “omicidio volontario” affidato al procuratore aggiunto Tiziana Siciliano. Tra i primi testimoni ad essere ascoltati, proprio i medici dell’ospedale di Rozzano che dovranno spiegare perché, nonostante le parole della modella, non abbiano pensato di informare almeno la polizia. Tra i principali sostenitori della tesi dell’omicidio, il fratello della giovane che si è detto convinto che la sorella sia stata avvelenata. Imane, residente a Torino ma convivente a Milano con un amico, ultimamente non era più la bella e appariscente ragazza comparsa su tutti i giornali all’epoca dei processi a Berlusconi.

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La decisione di porsi come testimone dell’accusa, le cause civili (anche contro Emilio Fede che l’aveva querelata, vincendo la causa) e l’attenzione mediatica, l’avevano sfinita. Dimagrita, a volte preda di crisi depressive, aveva deciso di scrivere un libro perché sosteneva di avere scoperto nella villa di Arcore l’esistenza di una setta Satanica composta quasi esclusivamente da donne. Almeno così aveva raccontato un anno fa in un’intervista al Fatto.

La ragazza aveva 25 anni quando venne invitata la prima volta ad Arcore, a casa di Berlusconi, all’epoca Presidente del Consiglio. Partecipò a ben otto “cene eleganti”, l’ultima delle quali decise di andarsene. Qualche tempo dopo si presentò in procura per raccontare ciò che aveva visto, divenendo un’importante teste per l’accusa. Ancora adesso era testimone in alcuni processi stralcio sulle false testimonianze delle “Olgettine”.