RIO DE JANEIRO – Due ragazzi incappucciati, i fucili automatici spianati, irrompono in una scuola alla periferia di San Paolo e iniziano a sparare a raffica. Cadono uno, due, poi otto persone. Restano freddati al suolo. In tutto, alla fine saranno dieci i morti: due insegnanti, sei studenti e anche i due killer – di 15 e 17 anni – che si sono suicidati. Ma ci sono anche 15 feriti. Scappano come possono. Si sottraggono alla pioggia di proiettili che colpiscono vetri, sbrecciano muri, armadi, porte, banchi. La nuova Columbine brasiliana avviene poco dopo le 7 di oggi a Suzano, città di trecentomila abitanti nell’area metropolitana della capitale finanziaria del Paese. Juliano Simões de Santana abita vicino alla Raul Brasil, una scuola primaria e secondaria con classi di corso di lingue: “Vivo in una casa accanto. Ho sentito degli spari, poi grida seguite da un forte trambusto”, ricorda l’uomo, “sono corso dentro la scuola e ho visto tutti quei corpi di bambini riversi, sangue per terra e sulle pareti, i funzionari e professori che fuggivano urlando”.

La polizia e i reparti speciali sono accorsi nel giro di mezz’ora. Hanno allontanato la gente che era accorsa verso la scuola. Soprattutto madri e padri presi dal panico che chiedevano informazioni e volevano entrare. L’assedio è durato pochissimo. Non c’è stato neanche il tempo di una trattativa. Perché non c’era nulla da negoziare. I due killer avevano portato a termine la loro strage e poi si erano immolati sparandosi un colpo in testa. Un’assurda missione sucida. Nessuna motivazione se non quella che si scoprirà fra qualche ora dopo aver indagato sugli autori e sull’eventuale messaggio di follia che avranno lasciato.

Non è la prima strage che avviene nelle scuole del Brasile. A parte le continue sparatorie tra cartelli e gang che costrinsero a chiudere le scuole per sei mesi l’anno scorso, ci sono state almeno altre sette Columbine nel paese. Nel 2002 un giovane di 17 anni uccise due colleghi in un’aula nella scuola privata Sigma a Salvador de Bahia. Nel gennaio del 2003 a Taiúva, 400 chilometri da San Paolo, un ex studente ferisce a colpi di 38 otto compagni, tra cui una docente. Muore per le ferite un ragazzino paraplegico.

Nell’aprile del 2011a Realengo, ovest di Rio, dodici ragazzi, dieci femmine e due maschi, muoiono nella scuola municipale Tasso da Silveira. La killer era una donna, 23 anni. Si chiamava Wellington Menezes de Oliveira. Ha chiesto di ritirare un certificato, ha proposto una conferenza con gli studenti e poi ha fatto fuoco prima di suicidarsi. Nell’aprile del 2011 un ragazzino, vittima di bullismo, accoltella a morte un compagno a Piauí. Nel settembre dello stesso anno un bambino di 10 anni spara alla sua professoressa e si suicida. Cosi nell’aprile del 2016, nello Stato di Paraíba, un ragazzo di 16 anni esplode sette colpi di pistola contro tre studenti. Due anni dopo, alla periferia di João Pessoa, un adolescente spara a tre compagni che restano feriti e uccide la sua ex fidanzatina. Infine a Goiânia, ottobre 2017, un ragazzino di 14 anni irrompe a scuola, uccide con la 38 del padre due studenti e ne ferisce altri quattro. Si considerava vittima di bullismo.