Quando si parla di Black Mirror a chi non lo ha mai visto, una delle prime raccomandazioni che si fanno è sempre la stessa: superare i primi 5 minuti del primo, indimenticabile episodio The National Anthem. Tutti i fan dello show penso ricordino in maniera indelebile il senso di sorpresa quando il Primo Ministro inglese ascolta le condizioni del ricatto a cui è sottoposto per il bene della Corona. In quella folle richiesta viene riassunta l’anima dello show, il manifesto di ciò che Black Mirror dovrebbe rappresentarenell’epoca dei media digitali.

Le prime due stagioni e lo speciale natalizio rimangono folgoranti tutt’oggi per l’estremo cinismo tipicamente british nella sceneggiatura e nei mondi oscuri e senza una via d’uscita. E poi è arrivato Netflix, che ha acquistato il prodotto e spostato la produzione oltreoceano, con l’intenzione – più che giusta dal loro punto di vista – di renderla più appetibile per una grossa fetta di pubblico. La terza stagione dello scorso anno ha dato inizio a questo percorso, con storie più di ampio respiro ma che in un modo o nell’altro riuscirono a mantenere intatto lo spirito originale.

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In particolare il successo ottenuto dalla puntata San Junipero sembra abbia influito moltissimo sul tono generale dello show, in particolare sull’inclusione o meno di un happy ending alle storie. Lo scorso 29 dicembre sulla piattaforma è stata pubblicata la quarta stagione, ad appena un anno dalla precedente. La qualità è rimasta invariata? Secondo me no.

Chiariamo subito: le nuove sei storie scritte da Charlie Brooker sono tutte molto interessanti sotto un profilo puramente semiologico – tanto da riaccendere il dibattito degli appassionati e studiosi – ma d’altra parte rappresentano un passo indietro per lo stile e il manifesto fantascientifico che lo stesso Black Mirror inaugurò sei anni fa.

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La prima puntata U.S.S. Callister rappresenta forse di più questo cambiamento verso una storia più d’intrattenimento, a partire dalla presenza di tre attori mediamente conosciuti (Jesse Plemons da Breaking Bad, Jimmi Simpson dal recente Westworld e Cristin Milioti da How I met your mother) sia dal budget di produzione aumentato per rappresentare gli interni dell’astronave e le scene dallo spazio. Gli stessi protagonisti della puntata, il povero equipaggio subordinato al capitano rancoroso, sono dei personaggi più attivi rispetto a quanto lo show ci abbia abituato e pianificano la loro fuga dal mondo virtuale in cui sono rinchiusi. La sceneggiatura ci fa provare empatia per la loro situazione disperata fino a patteggiare per la loro causa, cosa quasi mai accaduta in precedenza, fino a un finale più che classico.

Le due puntate successive, Arkangel e Crocodile, vogliono rappresentare un timido ritorno alle origini dello show, ma senza la stessa cura e particolarità. La prima nonostante un’idea fortissima – la censura applicata sin dall’infanzia da parte dei genitori – non porta a una risoluzione altrettanto potente, forse dovuta anche al passaggio di punti di vista dalla madre alla figlia. La tanto pubblicizzata prima regia di Jodie Foster non si rivela niente di sconvolgente e particolare, soprattutto alla luce degli interventi che l’attrice sembra abbia apportato alla sceneggiatura secondo il suo gusto personale.

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Crocodile invece riprende il filone thriller dello show ma fa della tecnologia solo un elemento di contorno, la chiave in mano al detective per risolvere il caso. Il focus è impostato sull’assassino e i suoi sforzi per nascondere i suoi crimini in una società dove anche i ricordi si trasformano in pericolose prove. L’idea è la medesima alla base dell’episodio The Entire History of You, ma Brooker in questo caso pone più l’attenzione sulla psicologia della protagonista, in quanto persona normalissima che si ritrova al centro di una spirale di violenza senza fine nel tentativo di salvaguardare la carriera e la famiglia.

A sorprendere invece è l’episodio Hang the DJ, che continua in maniera decisamente intelligente la svolta iniziata con San Junipero. Qui addirittura per la prima volta vediamo l’uomo ribellarsi progressivamente a una tecnologia che lo incatena a una società matematicamente divisa, dove le relazioni amorose hanno una data di scadenza decisa attraverso una versione evoluta delle app di incontri. Qui il format di Black Mirror riesce ad evolversi senza tradire sé stesso ma facendo a meno degli elementi disturbanti del passato.

I due protagonisti per tutta la puntata portano avanti una lunga riflessione sul sistema e sul ruolo deterministico che dovrebbe avere l’uomo sulla fredda e analitica macchina, incapace di prevedere i reali sentimenti umani. Il finale sorprende nella sua idea di ribaltare tutto ciò che abbiamo visto e pensato fino ad allora, in pieno stile Black Mirror.

Black Mirror Hang the DJBlack Mirror Hang the DJ

Forse l’occasione veramente sprecata della stagione è Metalhead, che dalle premesse poteva tranquillamente risultare l’episodio più sperimentale dello show. La regia è curata da David Slade (Hannibal, American Gods) e mette in scena un’umanità allo sbando in un mondo post apocalittico dove dei letali cani robot si sono ribellati al controllo umano e danno loro la caccia.

Il discorso è quanto di più classico la fantascienza occidentale ci abbia narrato negli ultimi trent’anni da Terminator in avanti, ma inserito in Black Mirror l’idea porta una ventata d’aria fresca al tono delle storie. Peccato soltanto che a cambiare sia stata anche la scrittura, molto meno diretta e più metaforica, coadiuvata da riprese molto più curate e attente all’estetica. La fotografia è un elegantissimo bianco e nero e non mancano le scene d’impatto, ma a mancare all’episodio è proprio la sostanza sotto il bellissimo cofano.

Con Black Museum si chiude il sipario con un episodio d’impatto ma assolutamente divisivo: è il chiaro segno che qualcosa nello show è cambiato e che la cattiveria tipicamente britannica sarà un vago ricordo. Nell’impostazione la puntata è praticamente lo specchio di White Christmas, laddove il personaggio narrante delle tre microstorie alla fine fa una tremenda fine, completamente l’opposto di quanto avvenuto nello speciale natalizio.

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Le tre storie riguardano tutti casi in cui tecnologie sperimentali sfuggono al controllo e hanno risultati grotteschi se non addirittura traumatizzanti. Insomma, quello che Black Mirror era prima dell’arrivo di Netflix. Quel Black Mirror sconsiderato che non guardava in faccia a nessuno, in seguito domato e obbligato a inserirci una morale di fondo, in questo caso incarnata nella donna co-protagonista della storia.

Questa quarta stagione segna una rottura totale con il passato dello show, e in certi casi si avverte che si sia persa la bussola di cosa si voglia narrare, sperimentando eccessivamente con i generi e i registri narrativi. Si avverte anche un senso di ripetizione nelle tecnologie proposte, smorzando quell’effetto di sorpresa e curiosità quando ci troviamo di fronte a un giocattolo o pezzo tecnologico nuovo fra le mani.


Tom’s Consiglia

Avete nostalgia del Black Mirror britannico? Potete recuperare il DVD contenente le prime due stagioni e lo speciale natalizio.

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